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Viaggio su Marte

Mettere su un laboratorio scientifico è una grande occasione per apprendere facendo e divertendosi ma anche per aprire le scuole al territorio. Si tratta di creare uno spazio nel quale i bambini possono osservare da vicino, toccare, sperimentare e da qui risalire a concetti teorici, dove possono a loro volta spiegare concetti complessi con parole semplici a bambini più piccoli, ma soprattutto dove bambini e adulti possono imparare insieme a navigare nell’incertezza. “Accogliere la paura dell’ignoto, saper sostare nel dubbio, contribuisce ad avviare un processo di conoscenza e di attribuzione di nuovi significati – scrive la maestra Eleonora, raccontando un percorso entusiasmante – Credo che non sia necessario che i bambini vadano su Marte, perché Marte è dentro di loro…”
Un buon laboratorio scientifico, dove i bambini sono protagonisti, prende spesso la forma di un cerchio

di Eleonora Russo*

Ho sempre pensato che “mettersi nei guai” fosse la soluzione di tutti i mali stagnanti. Così, un giorno (settembre 2015) entrando nella mia nuova classe (seconda), dopo le presentazioni, i bambini mi chiesero “che faremo insieme?” e io impulsivamente ho risposi “un viaggio su Marte?”. Mentre le parole uscivano, mi sentivo addosso le infiltrazioni della difficoltà nelle quali mi stavo cacciando, ma ormai mi ero tuffata nel mare dei guai e l’unica soluzione era nuotare.

Avviammo subito un laboratorio scientifico dove i bambini cominciarono a fare i primi esperimenti di fisica e chimica. Notavo che era un tipo di didattica che copriva un raggio di azione molto ampio: tutti erano interessati e tutti riuscivano a comprendere alcuni presupposti teorici, a partire da un’esperienza pratica, soprattutto quei bambini che avevano una maggior difficoltà nei processi di simbolizzazione.

 

Osservazione, corpo, tentativo ed errore, motivazione e amore per la ricerca si piastrellavano sul pavimento del laboratorio per offrirci una solida base, lungo questo viaggio della conoscenza.

Però, a fine anno, ancora non avevo trovato una risposta alla mia impulsiva proposta, probabilmente avrei avuto un trasferimento di scuola e così, decisi di scrivere una lettera ai bambini che forse non avrei più rivisto.

Cari bambini, lo so, vi avevo promesso all’inizio dell’anno di andare su Marte. Talvolta i grandi promettono imprese impossibili, è per questo motivo che dal pianeta terra proverò a decollare con voi, sfidando la gravità. Ecco, ci siamo, spegnete i cellulari e i vostri social, accendete l’immaginazione e andiamo su questo pianeta desertico, verso le Valles Marineris, incontro alle tempeste di sabbia, lungo le formazioni vulcaniche, tra valli e calotte polari. Scendete piano piano sui deserti sabbiosi del Monte Olimpo e non spaventatevi di questi guerrieri roteanti, sono solo Fabos e Deimos: hanno bisogno di amore per vincere la paura e il terrore. Guardate la terra, che tenerezza da qui: tagliata, strappata, di corsa, piena di emoticon, di online e offline. Ora guardate internamente il vostro pianeta e rallentate. Trovate la forza, l’energia, il dinamismo che fa parte di voi: dentro i dentini che cambiano, negli addii dei vostri cari, attraverso i faticosi litigi e i sorrisi risolutivi, nei salti clandestini dalla sedia al banco, nelle vostre torri geometriche ed equilibriste, negli esperimenti esplosivi e nelle essenze profumate, dentro l’asse inclinato della biglia inarrestabile. Non dimenticate la coltivazione dei desideri, le arrampicate sull’albero in giardino e i momenti di pace, a piedi nudi, sotto la sua ombra. Non fatevi ingabbiare nelle griglie di valutazione, dite loro che l’infinito non ama essere “grigliato”. Grazie della vostra forza, dolcemente marziana. Buon Viaggio. Eleonora

Nessun trasferimento, un falso allarme. Non me la sarei cavata con una letterina commovente, per me iniziava di nuovo la sfida di questo viaggio su Marte e i bambini, come voi sapete, non dimenticano e soprattutto per loro il gioco “è una cosa seria”.

Arrivai al delirante pensiero di ricostruire, in un aula libera, il sistema solare a misura d’uomo, oppure di proiettare Marte e gli altri pianeti in una stanza tutta buia.

Sentivo che da sola non potevo farcela, mi stavo avviluppando su me stessa. Nella testa mi balenavano alcune indicazioni educative/didattiche nazionali ed europee (forse le uniche che abbiano un senso dopo aver smembrato programmi seri, sensati ed elaborati da commissioni competenti degli anni passati).

Convinta che in un periodo sociale e culturale difficile come il nostro, bisogna saper cogliere il “buono” dallo stesso, cercarlo, rianimarlo e dargli uno spazio e un tempo; pensai a queste indicazioni: l’apertura della scuola alle realtà extrascolastiche, la relazione scuola-famiglia e la didattica laboratoriale.

Come dice Antonietta Potente (teologa che ha seguito per tanti anni le vicende politiche della rivoluzione in Bolivia a fianco di Evo Morales) “si può morire di opposizione”, quando diviene una condizione cristallizzata. Bisogna avere la forza di divenire realtà e affinché questo accada, bisogna cercare un linguaggio comune, condiviso che permetta di realizzare quel tanto di “buono” che è possibile coltivare.

Chi lavora in una struttura pubblica, in questo caso la scuola, deve fare i conti con una cristallizzazione strutturale i cui legami si sono raffreddati e dove le scartoffie contano più delle persone.

Credo che tre siano le strade da poter percorrere: opposizione altrettanto cristallizzata, prendere la strada della “adulazione servile” al limite del logorio delle papille gustative o trasformarsi in realtà educativa/didattica/affettiva attraverso un linguaggio condiviso che possa ridurre gli estremismi. Da alcuni anni ho cominciato a praticare questa terza strada, dopo aver sperimentato la prima e ignorato la seconda.

Appellandomi a queste indicazioni nazionali /europee (tavole bibliche per le aree dirigenziali), alla sensibilità di alcune persone non cristallizzate della scuola e del comune dove risiede la scuola, alla vivacità intellettuale di alcuni genitori, entrai in contatto con il presidente della Associazione Astrofili Monti Lepini, nonché direttore dell’Osservatorio di Gorga. Lui è un fisico e credo che i fisici come categoria siano molto originali e simpatici: ricordo che al primo incontro scrisse degli appunti su una pagina di calendario (forse neanche dell’anno corrente) che poi ripiegò e mise nel taschino della camicia. Mi sono trattenuta dal ridere, avevo capito che avremmo dato vita a qualcosa di buono. Non mi sono sbagliai.

Vincenzo costruiva a mano tutti modellini per spiegare principi, fenomeni fisici, chimici, astronomici. Rimasi senza parole quando vidi tanta teoria atterrare sulla terra. Pensai che Marte finalmente era sempre più vicino.

Fui contenta di vedere una persona che metteva tanti concetti, conoscenze così complesse a disposizione per bambini così piccoli, rendendole fruibili. Atterrarono nella nostra scuola: i solidi platonici, la tassellazione, il ponte di Leonardo, la bussola di Oersted, l’elettrocalamita, l’elettroscopio, il campo magnetico, il tempo e il pendolo, le stagioni, le costellazioni; conobbero Newton, Archimede, Pascal, Fibonacci, Eratostene, la solitudine dei numeri primi e la potenza dei legami tra le molecole. Finalmente potevano osservarli da vicino, toccarli, sperimentarli e da qui si risalire alla formula, al concetto teorico, anche grazie a del materiale illustrativo che Vincenzo ci aveva dato.

Nel frattempo continuavano i nostri esperimenti in laboratorio, cercando di collegarci con la programmazione curricolare, ma in una forma molto dinamica. Notai alcuni bambini, che in genere avevano la tendenza ad assentarsi, essere più presenti per partecipare ai laboratori. Altri bambini, con difficoltà di apprendimento e concentrazione, riuscire ad apprendere con una velocità spaventosa e restituire tale conoscenza con una chiarezza di linguaggio inaspettata.

Con Vincenzo e sempre in collaborazione la scuola, il comune e i genitori, decidemmo di inaugurare la mostra con questi materiali, dove i bambini sarebbero stati i protagonisti, perché avrebbero illustrato la mostra. Fu bellissimo vedere i bambini che spiegavano ai grandi concetti complessi in modo semplice, ma la cosa straordinaria fu vederli avere un linguaggio semplice da offrire anche ai più piccini della scuola di infanzia, curiosi ed attenti davanti a questo materiale che si poteva manipolare. I bambini non avevano acquisito solo dei concetti, ma li avevano fatto propri e riuscivano a trasmetterli a loro volta. Avevano fatto una grande esperienza: quella di entrare in relazione (come protagonisti) con realtà esterne alla scuola, con il loro genitori, tra di loro e con i bambini più piccoli. Hanno avuto l’opportunità di comprendere le differenze tra le persone approcciandosi con individui che non fossero solo i loro insegnanti, di acquisire un senso di responsabilità perché protagonisti della attività, inoltre si sviluppò in loro la motivazione ad apprendere, a produrre idee, e soprattutto si divertirono .

In classe quarta, mi fu assegnata una classe parallela a quella in cui già insegnavo, secondo un tempo modulare. Sempre in collaborazione con l’ Associazione Astrofili Monti Lepini, organizzammo con entrambi le classi, ma in due giorni separati (causa spazio), la gita all’Osservatorio di Gorga. Fu una giornata molto piacevole. Ricordo le espressioni dei bambini dentro il planetario: guardavano estasiati le proiezioni dei pianeti che sembravano cadergli addosso, e pensavo dentro di me che Marte stava arrivando a piccole dosi, come pratica, come ricerca, costruzione, visione, come sogno da raggiungere.

La nuova classe del modulo si presentava, rispetto alla classe in cui insegnavo da prima (la chiamerò classe-Marte per meglio intenderci), molto rispettosa delle regole, sapevano i concetti a memoria, ma la mia impressione è che fossero cresciuti in “cattività”: come se certe regole o concetti si sviluppassero all’interno di quelle quattro mura, ma non erano così “flessibili” da poterli utilizzare in altri contesti, in altre esperienze. Dopo un anno di lavoro secondo un approccio che aveva dato dei buoni risultati con la classe–Marte, ci furono dei cambiamenti anche nella nuova classe: all’inizio ci un forte senso di smarrimento, accompagnato da una risposta aggressiva, incertezza, chiusura, non rispetto delle regole (le avevano sempre rispettate senza mai trasgredirle). Successivamente si stabilì un giusto compromesso tra regole interne e regole esterne, una maggior sicurezza delle proprie capacità, un utilizzo flessibile delle conoscenze e abilità acquisite. Oggi, siamo in classe quinta e le due classi lavorano insieme a questa progettualità, c’è un continuo scambio, una grande collaborazione e un mescolarsi tra gli studenti, al punto che il confine di classe scompare per lasciare in primo piano, la centralità dell’alunno nel gruppo, insieme al processo di conoscenza e di apprendimento.

Le due classi quest’anno si sono recate presso la scuola media (secondaria di primo grado) dello stesso istituto comprensivo 2 di Colleferro di appartenenza e hanno presentato la mostra ai ragazzi delle medie, per diffondere una cultura della didattica laboratoriale, della relazione con realtà extrascolastiche e l’incontro scuola/famiglia (un papà ci ha aiutati a costruire i circuiti in serie e in parallelo).

Comincio a pensare che Marte non sia il pianeta in sé, ma sia frutto di un istinto epistemofilico che può svilupparsi su un terreno di costruzione amorevole, dove ci sia lo spazio anche per l’aggressività dei guerrieri roteanti di Marte, ma pensata e trasformata, dove l’amore per la conoscenza non venga distrutto dalla paura. Conoscere vuol dire navigare nell’incertezza del non sapere e questo spaventa.

Se un educatore, un insegnante sono eccessivamente spaventati dal dubbio, dal non sapere, risulta difficile ampliare spazi e tempi e il risultato è quello di irrigidirsi dentro programmi fissi, immutabili che contrastano con una realtà esterna ed interna soggetta a mutamento.

Accogliere la paura dell’ignoto, saper sostare nel dubbio, contribuisce ad avviare un processo di conoscenza e di attribuzione di nuovi significati. Credo che non sia necessario che i bambini vadano su Marte, perché Marte è dentro di loro.

 

*Psicologa infantile, maestra, ha collaborato a lungo con esperienze di economia solidale. Ha aderito alla campagna di sostegno di Comune “Ricominciamo da 3

 

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