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Perché e come si deve essere felici a scuola

Una scuola felice di Luciana Bertinato (Franco Angeli)

Eccola la scuola rifondata “dal basso” che stava a cuore a Mario Lodi!

Quella che non aspetta la riforma perfetta ma conta sul ruolo dell’insegnante, centrale quanto quello dei bambini e delle bambine; la scuola empatica, che accoglie e include, che crea relazioni e si prende cura, che sa sperimentare senza predicare, osservare, ascoltare, documentare e documentarsi.

La piccola società democratica fondata sul gioco, la ricerca e lo studio, in cui si elaborano insieme le regole e si condividono le responsabilità. “In cui ciascuno ha il diritto di essere rispettato e protetto da ogni forma di discriminazione, come recita l’articolo 3 della Costituzione. La scuola che non riempie le menti ma le accende, apre ai bambini le porte della conoscenza ma prima di tutto educa”. La scuola felice dove tutti quelli che la frequentano si sentono a casa e nessuno si sente escluso. Non è un miraggio né soltanto un sogno ma “un’esperienza educativa possibile”.

E’ la pedagogia applicata che Luciana Bertinato ha praticato da maestra per quarant’anni, con sensibilità e professionalità affinate alla scuola di Mario Lodi con cui ha condiviso fin dal 1995 le attività della “Casa delle Arti e del Gioco” di Drizzona.
Un maestro e un amico di cui con altri insegnanti della Rete di Cooperazione Educativa “C’è speranza se accade@” ha raccolto l’eredità spirituale: proseguire nell’impegno collettivo di ricostruire dal basso la scuola, fare rete per confrontare le pratiche.

Forte di un background di riferimenti che oltre a Lodi contempla Freinet, don Milani, Danilo Dolci, Zavalloni solo per dirne alcuni, Luciana Bertinato ha raccontato ne La scuola felice (Franco Angeli; 18 euro) un’esperienza di insegnamento carica di singolarità che fa perno sulla competenza professionale ma non prescinde – come spiega -“dal compito essenziale dell’educare nel suo significato profondo di avere cura: provare empatia, nutrire le menti, allevare passioni”.

Altri modi per dire capacità di accogliere il punto di vista dell’altro, di condividere un percorso di crescita insieme con i bambini, fuori dalla lezione frontale, dove non c’è da un lato solo chi insegna e dall’altro chi impara. Cura delle persone e cura delle parole che, strumenti di comunicazione, devono diventare patrimonio di tutti e mezzo di inclusione perché nessuno – come sostenevano Mario Lodi e don Milani – sia schiavo della propria incapacità di usarle. “La classe – sostiene Luciana Bertinato – è come un’orchestra, l’insegnante ne è il direttore ma deve lasciare che ciascuno suoni il proprio strumento in sintonia con gli altri”.

Fuori di metafora significa riconoscere in ognuno un portatore di talenti, sensibilità e abilità che occorre valorizzare, puntando sulla gratificazione piuttosto che sugli errori e le mancanze.

Accanto agli obiettivi ben chiari questa scuola esige pazienza. Una merce oggi sempre più rara tra gli adulti. Racconta la maestra Luciana: “Vedo molti insegnanti rassegnati, genitori in difficoltà nel dare regole e confini ai figli e bambini fragili e aggressivi, incapaci di affrontare i conflitti, e maneggiare le proprie emozioni. Ma anche bambini ansiosi di rispondere alle attese sempre più alte dei genitori sul profitto, sui voti, sulla capacità di essere primi.

Neppure per la scuola è facile, perché deve lavorare su due fronti: da un lato ripensare l’atto educativo con le famiglie, perché senza punti in comune e linee guida è difficile procedere insieme. Dall’altro puntare all’aspetto cooperativo del lavoro, incoraggiando il gruppo e facendo leva sull’autostima”. E in entrambi i casi la pazienza, la capacità di procedere senza fretta seminando, sapendo che verrà il tempo del raccolto, avanzare con la pedagogia della lumaca che è rispetto per i tempi
di maturazione di ciascuno.

Leggere e meditare sulle pagine di questo “diario di un’esperienza possibile”, come recita il sottotitolo del libro, che declina le suggestioni intellettuali in buona pratica educativa quotidiana, rincuora e riconcilia con quella faccia scialba e noiosa con cui la scuola si presenta spesso ai nostri occhi.

Ci conforta l’idea che ci siano ancora maestri che sperimentano una pedagogia democratica e cooperativa che non lascia nessuno in disparte. In fondo a un maestro si chiede che lasci un segno nella vita dei bambini e delle famiglie e di tutta la comunità. C’è speranza se questo succede anche solo in un piccolo angolo del Paese.

Rossana Sisti
“Il Pepeverde”, marzo 2018

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