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[LETTURE] M. Calabria, M. C. Messina, Penny, V. Roghi

La scuola che apre il cuore alla città [Marco Calabria]

La scuola dovrebbe preparare i bambini a entrare in un mondo da cui è invece quasi sempre separata. Lo è fisicamente, con muri e cancelli invalicabili che “proteggono” i nostri figli indicando il confine del pericolo esterno, le minacce della strada, simbolo diseducativo per antonomasia. E lo è dal punto di vista normativo e concettuale, attraverso mille regolamenti e ostacoli di diversa natura che allontanano chi studia dal territorio in cui vive, dalla realtà di ogni giorno. Possiamo rompere questa separazione? Possiamo aprire i cortili, le aule, i piani formativi e vincere l’ostracismo di dirigenti scolastici prigionieri di responsabilità segnate dall’isolamento e da paure quasi sempre generate dall’astrazione? La scuola è un bene comune per natura, può diventarlo anche per scelta consapevole. Accade, per esempio, quando apre la sua comunità educante alla città. Impressioni su una straordinaria giornata di libera discussione con la Rete romana delle Scuole aperte e condivise LEGGI L’ARTICOLO

Togliere il “troppo” alla scuola: Zavalloni e la pedagogia della lumaca [M. C. Messina]

Ho da poco ultimato la lettura del testo A scuola dalla lumaca che temporeggiava da un po’ sul mio comodino per mancanza di tempo. L’autore Gianfranco Zavalloni è stato un maestro e un dirigente scolastico ma per descriverlo i due epiteti sono troppo riduttivi perché egli ha fatto mille esperienze, comprese quelle di essere stato capo scout, di aver lavorato a Belo Horizonte, di essersi occupato del teatro dei burattini e di essere un creativo disegnatore dal tratto gentile ed onirico.

Qualche anno fa durante un convegno al quale capitai fu consigliato il suo primo libro La pedagogia della lumaca, che acquistai incuriosita soprattutto dal titolo. E come capita rare volte, mentre procedevo con la lettura ne rimasi letteralmente “folgorata” e mi venne in mente ciò che sosteneva Giovanni Pascoli: “il poeta è colui che sa esprimere ciò che tutti pensano ma nessuno riesce a dire”.

In quella lettura trovai … SEGUE QUI

Dite alla vostre bambine [Penny]

“Dite alle bambine che non devono essere sempre gentili. Che la rabbia è uno stato d’animo normale, e che è bene provarla… Se vengono prevaricate, possono mettere da parte la gentilezza… – scrive Penny, maestra e scrittrice – Parliamo alle nostre bambine, spendiamo parole affinché diventino donne indipendenti. Responsabili. Autonome… Non limitiamole perché sono bambine. Le parole quelle dette, sentite, percepite diventano atti. Stai ferma. Stai composta. Non ti arrampicare. Incrocia le gambe. Non sudare…. SEGUE QUI

La scuola della fantasia, ovvero: quanto ci manca Gianni Rodari [Vanessa Roghi]

Il 14 aprile 1980 moriva Gianni Rodari, aveva appena 60 anni. Era entrato in ospedale per un’operazione facile all’apparenza. Poco tempo prima aveva scritto a Carlo Carena, collaboratore dell’Einaudi: «Caro Carena, oggi ho accompagnato mia moglie in clinica per un’operazione — quando uscirà lei dovrò entrarci io, per colpa di un’arteria occlusa — vede che non ho lo spirito adatto per rifare la prefazione alle «Favole al telefono». La programmerò per l’edizione tredicesima, anche se doveste interrogarmi con i tavolini».

La sua biografia attraversa il novecento, nato nel 1920, è un giovane diligente negli anni del fascismo. Vive con la madre vedova perché il padre, fornaio, muore quando lui è bambino per salvare un gatto durante un temporale. Il pane e i gatti torneranno in moltissime sue storie.

Scrive nella Grammatica della fantasia … SEGUE QUI

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Riorientare il lavoro degli insegnanti [Franco Lorenzoni]

Mettersi in gioco, divertirsi e saper vedere le cose da un altro verso, provare curiosità e amore verso la cultura in ogni suo aspetto, saper improvvisare ma anche saper sostare nelle domande, rendere ogni classe una comunità… Franco Lorenzoni ha provato a definire di quali competenze hanno bisogno oggi gli insegnanti: un piccolo elenco magnifico LEGGI L’ARTICOLO

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Genitori fragili e disturbi dei bambini [Daniele Novara]

Daniele Silvestri, con il suo brano Argentovivo, ha acceso le luci del dell’opinione pubblica su chi ha sempre voglia di dirti come dovresti essere per non essere sbagliato. È facile rivedere nel testo i tanti casi di diagnosi – molto spesso infondate – che etichettano gli alunni della scuola di oggi. Basta pensare al significativo aumento delle certificazioni nelle scuole dell’infanzia di Milano, giusto per riportare un caso recente che rende l’idea del problema.

Sono passati quarantadue anni da quando, nel 1977, l’Italia decise di chiudere le classi differenziali e di svuotare le scuole speciali (Legge 517/77). Con questa Legge – che arrivò ancora prima della chiusura dei manicomi – abbiamo abolito quelle classi differenziali dove venivano concentrati i bambini con disabilità, in genere con ritardo cognitivo, introducendo l’insegnante di sostegno, da affiancare agli alunni in difficoltà.

A fronte di questa eccellenza, però, negli ultimi quindici anni è stata utilizzata la Legge 104 (sulla tutela alla disabilità) per passare da un’attenzione di fatto concentrata su down e neurolesi alla nascita a una morbosa inclinazione alla diagnosi verso tutti i bambini con difficoltà comportamentali o emotive. Creando, quindi, un raddoppio del tutto ingiustificato di… SEGUE QUI

Deliri Invalsi: ecco i test per valutare empatia, grinta e auto-controllo [Rossella Latempa]

È in arrivo la misurazione standardizzata delle soft skills degli studenti italiani. L’Istituto di Valutazione INVALSI ci lavora da tempo. Entro due anni i primi test dovrebbero arrivare a un campione di scuole (studenti dagli 8 ai 17 anni). La nuova scienza dell’educazione basata “sui dati” si appresta dunque a includere all’interno della visione riduzionista e meccanicistica della valutazione standardizzata anche psicologia, motivazioni, creatività, attitudini, comportamenti, secondo l’ “illusione di uomo modulare”, inteso come essere componibile, artefatto, con competenze hard e soft da misurare e ottimizzare in funzione della massima espansione di sé e del proprio tornaconto economico LEGGI L’ARTICOLO

Giù la maschera, si va in gita [Daniele Martino]

«Professore professore! Ci accompagna in gita?» Gli studenti di una mia prima con spontaneità mi hanno cooptato. Gita di un giorno in montagna organizzata dalla collega di Scienze motorie. È una bella scocciatura: in quella data sono in servizio in un’altra scuola: devo farmi autorizzare dal vicario di plesso, trovare la collega che vorrà gentilmente sostituirmi (in questi sacrifici i colleghi maschi si dileguano rapidamente, in genere). Ma me ne occupo, e mi rendo disponibile. Partenza all’alba, ritorno nel tardo pomeriggio. Anche qui, 2 ore retribuite e 10 regalate allo Stato, alle famiglie e soprattutto ai ragazzini. La collega votata al sacrificio mette insieme anche una terza, e altri 2 colleghi pronti alla missione anche questa volta si sono trovati. I genitori accalcati davanti al bus alle 6.30 del mattino finalmente fuori dalla scuola: no campanelle, no orari, no discipline, no cattedre, no registri elettronici, no voti e note disciplinari. Quello che funziona oggi nella scuola viene tutto dalla scuola primaria, l’elementare.

Lì, nonostante l’avanzare degli abominevoli test a risposta chiusa, la quizzomania di impronta americana, le “maestre” ogni giorno affondano in una entità imprevedibile chiamata giornata; otto lunghe ore in cui … SEGUE QUI

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Disegnare la natura fuori [Sara Vincetti]

Togliersi le scarpe e camminare lentamente sull’erba, mettersi in cerchio per condividere emozioni e odori, disegnare con l’acquerello, manipolare l’argilla, osservare cromie e sfumature degli alberi, costruire un taccuino per documentare l’ambiente naturale, sfogliare albi illustrati, poesie di natura, libri scientifici. Possiamo farlo sulla spinta del movimento emerso con #Greta e i ragazzi e ragazze di tutto il mondo il 15 marzo oppure perché sentiamo il bisogno di una scuola diversa e diffusa: di certo scoprire il disegno naturalistico costringe a ripensare l’idea di apprendimento e consente di stare nel mondo in modo diverso. In questo paragrafo tratto da un libro indispensabile – Una scuola possibile a cura di Monica Guerra e Francesca Antonacci – Sara Vincetti racconta un laboratorio di disegno naturalistico e spiega come il suo obiettivo è “mostrare come sia possibile pervenire a informazioni e nozioni scientifiche e tecniche non solo utili alla conoscenza ma anche alla formazione di un sentimento ecologico e di appartenenza al territorio, viaggiando tra le discipline, fuori dall’ambiente strutturato dell’aula ma a contatto diretto con l’ambiente naturale, scolastico e non, a disposizione” LEGGI L’ARTICOLO

Tutti i miei alunni sono italiani come Rami [Giuseppe Caliceti]

Cambia idea, Salvini. Come se nulla fosse. E afferma:«Sì alla cittadinanza a Rami». Perché? «Perché è come se fosse mio figlio». Peccato che la mamma del milione di minorenni con genitori non italiani che risiedono nel nostro Paese si chiami Italia.
Come ricordò anni fa l’undicenne marocchina Lamiaa Zilft, che divenne testimonial della campagna per la cittadinanza: «L’Italia sono anch’io», con la sua piccola lettera che lesse anche in parlamento, in cui affermava: «È come se il Marocco fosse il mio papà, e l’Italia la mia mamma». Possibile che una mamma possa avere un figlio preferito e possa rinnegare tutti gli altri?
Vorrei far conoscere a Matteo Salvini i miei alunni con i genitori di origine non italiana. Vorrei chiedergli perché a loro no. Perché fino a 18 anni dovranno essere invisibili. Vorrei chiedergli: «E tutti gli altri, Salvini, non sono tuoi figli e tue figlie?». Quale è il padre che si può arrogare il diritto di scegliere i propri figli? Vorrei dirgli: «Tutti i miei alunni sono come Rami: come fai a non vederlo?». In realtà dietro a questo gesto di Salvini non c’è solo un’ingiustizia, un fraintendimento. Si parla della cittadinanza non come di un diritto come essa è – diritto riconosciuto anche dall’Onu, dall’Unicef: cioè che ogni bambino e bambina nasce cittadino, – ma di qualcosa che si ritiene un premio o una punizione, che si può mettere o togliere a piacimento. Come si trattasse di qualcosa che, fondamentalmente, è superfluo.
Qualcosa che, appunto, non è un diritto alla persona. E in particolare: al minore. È un atto grave, che tende come sempre a dividere piuttosto che a unire. A creare confusione. Un atto pericoloso. Perché quando i diritti umani vengono scambiati per concessioni, in realtà non si sta parlando per niente di diritti, ma di altro. (fonte: il manifesto)

Clima, decalogo per un’educazione diffusa (Daniele Ferro)

“Dobbiamo ringraziare i giovanissimi che sono scesi per le strade in questi mesi, e lasciarci trascinare da loro”, scrive Daniele Ferro, insegnante di sostegno in una scuola elementare, autore di un decalogo da condividere e integrare, “per un’educazione ambientale diffusa”. 1) Mi impegno innanzitutto, come singolo e cittadino, a migliorare le mie pratiche quotidiane di rispetto dell’ambiente, dall’alimentazione alle scelte di consumo e di trasporto … 2) Mi impegno, come educatore, a promuovere nei giovani la cooperazione al posto della competizione … 3) Mi impegno, come cittadino ed insegnante, a non tacere dinanzi a pratiche dannoso per l’ambiente … 4) Mi impegno affinché dal lavoro a scuola insieme ai bambini nasca un’educazione diffusa alle famiglie e al territorio … SEGUE QUI

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Un’entusiasmante capriola [Emanuela Marsura]

Non credo sia più il tempo di tergiversare, è urgente una capriola che ci riporti con i piedi per terra e ri-orienti il nostro sguardo. Stiamo procedendo tra le macerie di un terremoto che ancora non ha cessato di far tremare cuori e alberi. Piccoli tentativi di ricostruzione sono in atto, ma l’urgenza è grande, e il sollecito ad agire ci viene dagli eventi che sono sotto i nostri occhi.

Non è solo questione di immagine di un’istituzione nata in funzione di bisogni, c’è molto di più in gioco. C’è la cura delle nuove generazioni, la costruzione della loro persona, responsabilità della famiglia sostenuta dal contesto sociale dove si colloca. Ed è alla scuola, primo spazio sociale successivo all’esperienza familiare, che la società affida la parte di compito di cura che le compete. Una scuola nata per … SEGUE QUI

 

I bambini e il diritto alla stanchezza [Penny]

I bambini hanno bisogno di limiti. Ce li chiedono costantemente. Hanno bisogno di confini che li determinino. Che determinino la differenza tra noi e loro. Tra l’essere figlio e genitore. Hanno bisogno di una presa in carico, non di una sostituzione. Di un adulto che sulle faccende importanti sappia decidere il da farsi.

Ci preoccupiamo sempre che i nostri figli sappiano fare quella o quell’altra attività. Che brillino o siano eccelsi in qualcosa, quando l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è saper avere a che fare con le proprie emozioni e saperle gestire. Prime fra tutte la frustrazione, quella che noi adulti non reggiamo. Dovrebbero conoscere il nome dei sentimenti. Capire come … SEGUE QUI


La narrazione è come un canto di balena
[Graziella Favaro]

Tutti i bambini (e anche gli adulti) hanno bisogno di storie. Storie per condividere, ricordare, imparare, immaginare. Storie da ascoltare e da guardare; da toccare e da ri-raccontare. Ciò che è accaduto e che accade viene sempre espresso in forma di racconto; per questo la nostra stessa biografia e identità prendono forma e consistenza all’interno di una struttura narrativa. Le storie danno spessore e senso alle vicende di ciascuno, le collocano dentro una cornice di riferimento e le mettono in relazione con altre storie, contemporanee o lontane nel tempo. Le pratiche narrative stabiliscono legami tra gli individui e i mondi culturali di appartenenza e, al tempo stesso, spalancano o socchiudono finestre sul mondo e su altri mondi.

Jens Brockmeier (2014) individua quattro funzioni principali della narrazione … SEGUE QUI

 

Pace (e Guerra) [Eraldo Affinati]

La scuola stava per finire. Cominciava a far caldo. I finestroni erano spalancati, ma noi sentivamo freddo. Avevo appena letto in classe, a voce alta, un brano del Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern: la battaglia di Nikolaevka! I russi non vogliono far passare gli alpini in ritirata e questi si fanno largo, in mezzo alle isbe, correndo da un carro armato all’altro con le bombe a mano, i fucili, la mitragliatrice sulle spalle. Le pallottole s’infilano a terra miagolando. Gli uomini entrano nelle case, piazzano i mortai sui tavoli coperti da tovaglie ricamate. I feriti si lamentano. I bambini piangono.

I ragazzi, studenti del terzo anno dell’istituto professionale “Carlo Cattaneo” di Roma, erano stati attenti come raramente accadeva. A un certo punto, Edward, moldavo delle campagne di Chiscinau, alzò lo sguardo … SEGUE QUI

 

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