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La mano

Mi manca sfiorare i muri sporchi, appoggiarmi a un albero e con pudore sentire lo spessore della vita dentro la corteccia, mi manca la pelle. Il corpo a corpo inizia dalla mano.

Mi manca la mia mano che tocca altre mani.

Mi manca usare l’estrema possibilità di conoscenza del mondo, la mano che lo crea e che non si cura di pulirsi subito dopo. Mi mancano le mani sporche di tracce di noi.

La mano di Paola è goffa e rugosa mentre il suo corpo è piccolo ed esile.
La mano di Giulia aveva lo smalto rosso anche sui piedi, e da quello un’altra donna riconobbe il tradimento.

La mano di mamma è quella che mi piace e sono orgogliosa di averne una simile: liscia nonostante i lavori di cura, le dita non perfette, un piccolo callo sul medio che segna il verso che ha preso la mia vita da quando ero bambina.

Nei giorni del Coronavirus che durano mesi provo a scrivere di nuovo a mano sulla carta e sento tutta la fatica e il tempo lento che s’impone al mio gesto. La mano per essere mano deve trovare il suo ritmo. Soprattutto, deve ascoltare la ragione che la muove: lo schiaffo e la carezza non sono diversi per intensità ma per l’intenzione.

Il ruvido personaggio interpretato da Mario Brega nel film Bianco, rosso e Verdone, del 1981, lo sapeva bene: “Ah giovano’, sta mano po’ esse fero o po’ esse piuma: oggi è stata ‘na piuma. A noi la scelta e il giusto peso.

La giusta distanza, del resto, è una prova di tensione: riusciremo a mantenerla e a dosarla nel futuro prossimo, quando rientreremo in contatto con mani sconosciute o dal tatto finalmente ritrovato?

Dov’è il mio corpo? è la storia di una mano che cerca il corpo che ha perso, ed è la storia di un corpo che a sua volta ha perso tante altre cose. La mano e il corpo sono quelli del giovane maghrebino Naoufel a Parigi, che sognava di fare il pianista e lastronauta e invece consegna pizze a domicilio.

Col titolo originale J’ai perdu mon corps, questo film del 2019 basato sul romanzo Happy Hand di Guillaume Laurent, del 2006, è entrato nella cinquina per l’Oscar al miglior film di animazione. Forse presagio di tempi che stavano per mutare in fretta, forse era già necessario fermarsi ad ascoltare il silenzio, che nel film è predominante, così come si invoca un contatto autentico con gli altri cominciando da quel potente e delicato strumento di comunicazione quale è la voce e da una mano che cerca tenacemente di riappropriarsi della storia a cui appartiene.

Sono, le nostre mani, intimamente nostre? Raccontano la polvere che abbiamo raccolto dentro nonostante il gel disinfettante di giorni puliti a forza fuori? Sono davvero testimoni di chi siamo allo specchio e alla finestra degli altri?

Quante cose hanno costruito e distrutto, le mani? Quante hanno tenuto in pugno o lasciato andare? Quante volte hanno rimboccato le coperte, lavato i piatti, trattenuto un braccio, firmato un contratto, sollevato un peso, chiamato un amore? Quante volte restano concentrate su un’operazione al paziente e quante altre il paziente non riesce più a fermarle per malattie chiamate “disordini del movimento”? Il corretto politicamente non mi piace ma apprezzo lo sforzo, la vana delicatezza.

Siamo bravi con le parole: ci scansiamo da chi ha le mani bucate, riconosciamo un lavoro fatto a mano e rifuggiamo da un altro fatto coi piedi, a mani nude affrontiamo un problema e proviamo a dare una mano nei momenti di difficoltà, non possiamo starcene con le mani in mano, del resto, non siamo mica Ponzio Pilato e non ce ne laviamo le mani, siamo sicuri, ci metterei una mano sul fuoco, che a mano a mano ne verremo fuori: qualcuno ha un’idea? Alzi la mano e dica lo giuro.

No, da soli non funziona e forse per questo le mani sono due: prima di cercarne altre fuori da noi usiamo quelle che abbiamo, cominciamo da una, tiriamola su e facciamo qualcosa. Insomma, rimbocchiamoci le mani prima che le maniche.

Vallo a dire a chi lavora nella tendopoli ufficiale di San Ferdinando e negli altri insediamenti non ufficiali sparsi nella Piana di Gioia Tauro, sono circa 1.200 i braccianti migranti e la maggior parte senza contratto regolare resterà bloccata fuori stagione, isolata ma stipata, preoccupata più di prima. Con tante ore di lavoro sulle spalle e fra le mani fragole e zucchine, e nessuna garanzia di un passo in più verso la legalità.

Rimbocchiamoci le mani prima che le maniche anche per loro, sembra suggerire a ritmo serrato la strofa ripetuta di Aizamm’ na Mana, canzone del napoletano Enzo Avitabile nell’album del 2012 Black Tarantella.

Aizàmm’ na mana e facimm’overo

Aizàmm’ na mana e muvimmice nsieme

Aizàmm’ na mana e facimm’coccoso

Si ce credimmo ancora.

Alziamo una mano e facciamo sul serio

Alziamo una mano e muoviamoci insieme

Alziamo una mano e facciamo qualcosa

Se ci crediamo ancora.

Bello il rovesciamento di senso comune: alzare le mani non per fare male ma per il bene comune. Mi piace ancora di più chi si mette sotto le mani alzate di un altro, non per inchino o sottomissione ma per dargli la possibilità di esercitare misericordia, questa sconosciuta, perdono e salvezza perfino.

È l’imposizione delle mani, il gesto liturgico più comune nellamministrazione dei sacramenti, usato da Gesù e mantenuto nel tempo: E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16, 17-18).

Forse il sacramento non funziona quando le mani sono coperte dai guanti di protezione, forse invece funziona ma si tratta di un sacramento diverso, quella della fine. Forse le mani che si avvicinano ad altre mani e ad altri corpi stanno facendo miracoli e non lo sanno, non lo sappiamo. Forse è stato sempre così, nonostante ci aspettiamo tutti un lieto fine che per alcuni è senza appello diverso.

Nel Nuovo Testamento, il richiamo alle mani sananti di Gesù compare trentanove volte.

Con la mano benedice i bambini e i discepoli e protegge le pecore dai nemici. Le sue mani guariscono, accarezzano, toccano il morto per risuscitarlo, salvano Pietro che affondava nelle acque, portano i segni del suo amore e del suo dolore. Spezza il pane, con le mani.

Con le mani scrive a terra.

Mi piacerebbe scrivere per terra, non importa cosa, con le mani che si sporcano e che lasciano tracce passeggere: un po’ di vento, qualche passo, un’altra mano a cancellarle per sempre.
Mi piace la mano come strumento di umiltà: da sola non può farti un solo applauso ma quando è aperta si arrende a prendere e a farsi prendere.

Quando morì non me ne accorsi. Dormivo sulla sedia, le mani intrecciate alle sue, gli occhi miei chiusi e i suoi aperti verso di me. Quando sciolsi le dita dalle sue fui solo al mondo” (Non ora, non qui, Erri De Luca).

Le mani pregano, si prega col corpo, del resto. Si toccano e contorcono, restano immobili una appiccicata all’altra e dentro storie e speranze ancora soffocate. Una mano ridà fiato, due mani cercano la svolta di respiro, ci scommettono quando sono innamorate.

Sono innamorata delle mani del flamenco quando battono le palmas, i palmi: se una mano si batte a cucchiaio sul palmo dell’altra mano produce un suono sordo, ovattato, stupefacente per accompagnare canti e chitarra. Prova, prova in questo momento, non aspettare il prossimo.

Sono innamorata dei loro movimenti, perché non sono codificati in modo preciso ed è difficile insegnarli così come è difficile impararli: occorre sentire la tensione in tutto il corpo, poi lasciarla scaricare a terra e ancora tenerla fin sulle punte dei polpastrelli.

Prova, prova in questo momento, non rischierai di slogarti il polso.

Susana Audeoud fu l’energica bailaora di Flamenco at 5:15, documentario del 1983 sull’arte andalusa e gitana insegnata ai giovani allievi e alle giovani allieve del Canadas National Ballet School (NBS), un posto magico e inclusivo. Splendida la parte, dal minuto 5:24 al minuto 9:30, in cui il compositore Antonio Robledo, marito di Audeoud, mostra las palmas sordas e las palmas claras: il suono felpato e quello acuto. Splendida la gioia che trasmette al giovane pubblico chiamato subito a rifare il suono, a giocare con le mani.

Abbiamo perso il gusto del gioco, di ciò che non serve, che è in-utile.

Vedere questo documentario non serve, la nostra vita non farà una piega eppure ci potrebbe cambiare il ritmo della giornata, il senso nelle mani. Potremmo accorgerci che ancora si muovono, ancora si chiedono, vado o resto? La risposta è sempre equilibrio e concentrazione.

Mi sembra di vedere ancora le mani di mio padre portiere nei suoi guanti caldi di gomma, conosco l’odore, ci sguazzavo dentro. Sono tozze le mani di mio padre, hanno parato tante volte tanti errori e tanti rigori, non si sono estese per lunghezza ma sono cresciute per spessore e forza. Fanno male ora che da tempo stanno ferme, forse si chiedono ancora: vado o resto?

Nel calcio il ruolo del portiere pare un ruolo da fermo, poiché il gioco è più avanti, spesso dall’altra parte del campo. Poi c’è il contropiede e si comincia a correre verso le mani che si preparano, i piedi che saltellano, la gomma da masticare sputata a terra, gli occhi che si fanno fessura. Intanto la voce urla intenzioni, intuisce movimenti, immagina quello che ancora non c’è.

E poi arriva il momento, la decisione da prendere, il gesto da compiere. Quando era il tuffo io trattenevo il fiato, piccola dietro la porta nei campi delle serie di calcio non professionali, crescendo l’ho trattenuto per ogni portiere in televisione: mi sembrava di sentire il colpo sordo del pallone sui guanti, chissà le mani dentro quanta soddisfazione nel loro lavoro di custodia e protezione.

L’ultima volta negli ultimi quarantanni che su un campo di calcio si sono viste le mani di un portiere risale al 2004: Ricardo Alexandre Martins Soares Pereira, uomo a difesa del Portogallo, nei quarti di finale del Campionato Europeo si tolse i guanti prima che linglese Darius Vassell riuscì a battere il rigore vincente. E infatti non ci riuscì: distratto dal gesto, Vassell tirò alla sinistra del portiere, che con il corpo e con le mani riuscì, lui invece, a respingere il pallone.

Le mani di Ricardo mi sembrarono più piccole di quelle di mio padre, ma certo furono abili e forti. La mano che salva in un campo di calcio non mi sembra così lontana e diversa dalla mano di quel Gesù nella storia e dalla fiducia che la gente vi metteva dentro.

Mani inchiodate a una grande responsabilità.

Sono le mani dei medici, degli infermieri, di ogni operatore e operatrice sanitaria: avete notato quanto felicemente e facilmente siano saltate le categorie di genere, tutte racchiuse nei mestieri di cura di cui noi dobbiamo avere altrettanta cura? Tutte chiuse in una mano a cui ci si aggrappa.

Se potessero parlare, quelle mani, direbbero delle vibrazioni ricevute anche attraverso i guanti protettivi, racconterebbero della minore o maggiore forza con cui sono state strette e chiamate a dare una mano, appunto. Forse l’unica possibile.

S. G. M., Sue Gentilissime Mani, questa la formula che si scriveva sulle buste di lettere fatte recapitare direttamente e non per posta: mi sono sempre chiesta se quelle mani fossero effettivamente gentili, se fossero l’arto prensile a cinque dita che muoveva da un’anima pulita. Ne ho sempre dubitato, preferendo, fin dove possibile, toccare con mano il messaggio e chi lo portava, circondarmi di persone alla mano, incapaci di creare disagio, aperte allo stupore dell’incontro. Semplici come un fumetto.

Topolino e i suoi amici non hanno mani, ci avete fatto caso?

La mano è il guanto bianco che nei cartoon dell’inizio permetteva di far risaltare la figura dallo sfondo e distinguere le forme dei personaggi e le loro estremità, soprattutto. I guanti bianchi, cessata l’esigenza tecnica, sono rimasti e così abbiamo conosciuti gli amici di Topolinia.

A noi la richiesta di indossarli come dispositivo di protezione dal virus e dal suo contagio, a noi il desiderio sacro di liberare finalmente la mano e uscire dal fumetto, dal film, dal romanzo di oggi e fare i conti con la realtà.


La mano di Pasquale era di carne mentre salivamo le scale per arrivare a casa sua. Salivamo e lui si stancava a ogni gradino, mi guardava per essere aiutato, preso in braccio, per arrivare sano e salvo nel cuore del palazzo a forma di vela, quello senza ascensori, tutto cemento. Lui non lo sapeva, ma era una conquista anche per me, fare le scale e sentire fatica. Mi piacerebbe questo, sudare di nuovo e avercela fatta anche stavolta, con Pasquale di pochi anni per mano a cercare l’altra mano. I bambini lo chiedono e non dovremmo mai essere distratti a ricreare il tempo insieme a loro.

Ho sognato di tenere per mano mio figlio, l’altra notte, io che non ho figli. Odorava la sua pelle.

[Alessia Rapone]

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Con la parola “mano” ha inizio concreto il progetto Vocabolario dell’Arca – Parole in caso di diluvio, che proseguirà nelle prossime settimane e mesi con altri lemmi, incontri in diretta FB, presentazioni in luoghi d’Italia (quando sarà possibile) e iniziative editoriali.
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Alessia Rapone, che ha curato il lemma “mano”, è giornalista ed editor e si muove in equilibrio costante tra parola scritta e parola orale. Ha esperienze in radio (Radio Svizzera Italiana, Radio Tre, Radio Vaticana, Radio Città Futura) e in agenzie di stampa per italiani all’estero. Cura il blog paroleincuffia.com.
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La foto in alto è di Ferdinando Kaieser, fotografo per passione di Napoli, collaboratore di Comune-info.
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