La terra dell’educazione. Seminare il futuro.

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VI INCONTRO NAZIONALE
Rete di Cooperazione educativa - C'è speranza se accade@

NEGRAR (VR) Sabato 22 - Domenica 23 Ottobre 2016

LA TERRA DELL'EDUCAZIONE: SEMINARE IL FUTURO
per incontrarsi, discutere, confrontarsi, scambiare esperienze, condividere passioni e insieme dare radici alla vita educativa.

È possibile trovare notizie sui contenuti del convegno su Facebook

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o sulla pagina Facebook ufficiale della Rete

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Tel. 3247867112

(Il disegno La Terra dell’Educazione: seminare il futuro è di Silvio Boselli)

 

Seminare sogni negli spazi aperti delle scuole

A cura di Paola Tonelli, formatrice. Dronero (Cuneo).

Quando mi arrivò la notizia di questo appuntamento, l’espressione “seminare il futuro” mi piacque moltissimo e subito pensai: non si può seminare il futuro se non si riesce, in qualche modo, anche a sognarlo. Intorno a questa idea del sogno ho cominciato a costruire il mio interventoimpostandolo come una provocazione, un invito a riflettere sui difficili spazi aperti di molte scuole italiane. Da molti anni lavoro, sono impegnata per cercare-ricercare come offrire anche ai bambini che vivono nelle grandi città la possibilità di non crescere completamente staccati dalla natura e dai suoi materiali-elementi.
MA … c’è un MA grande come una casa, forse come un grattacielo, un MA che coinvolge questi bambini cittadini. Così ho deciso di portare la vostra attenzione a questa massa di popolo bambino. Perché se da un lato, fortunatamente, si stanno facendo strada delle innovazioni (penso alle esperienze che arrivano dal nord Europa come gli asili, le scuole nel bosco) dall’altro c’è un triste giro dell’oca quotidiano che tocca alle migliaia di bambini che vivono nelle città e nelle grandi metropoli.
Solo a Roma, ad esempio, i bambini delle scuole dell’infanzia comunali sono circa 32.000, quelli dei nidi comunali sono circa 12.000, quelli dei nidi convenzionati sono circa 7.000. Un totale di circa 51.000 bambini cui si devono aggiungere quelli delle scuole dell’ infanzia statali e quelli della scuola primaria, poi quelli di Milano, Torino, Bologna, Napoli, …
Si tratta di un’immensa popolazione bambina che spesso trascorre le giornate chiusa tra muri e inscatolata in spazi chiusi.

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Preparandomi per questo incontro ho dunque scelto di dare per scontata la vostra conoscenza dell’importanza del contatto diretto con la natura: teorie e divulgazioni ci sono, sono ricche ed abbondanti, si sono moltiplicate negli ultimi 4/5 anni, anche io ho scritto su questo argomento. I discorsi sul tema si sono dunque moltiplicati, il discorso c’è ma la realtà della maggioranza delle scuole, è povera, molto povera (con le ovvie e naturali eccezioni).
Pensando a questa platea, conoscendone l’impegno e la motivazione, ho deciso di parlarvi di queste realtà difficilissime. Perché è qui che ritengo urgente cominciare a seminare sogni per aiutare queste migliaia di bambini che le abitano per molte ore al giorno, per molti giorni.
La mia riflessione va a quelle scuole che dispongono solo di un cortile asfaltato o, nel migliore dei casi, sterrato. Sono questi, molto spesso, gli unici spazi aperti che accolgono i bambini reduci dal percorso che quotidianamente compiono di scatola in scatola.
Un breve stralcio di un intervista che ho fatto ad alcuni di loro dovrebbe aiutarci a capire. Sto sviluppando il tema delle interviste ai bambini perché essendo poco ascoltati amano moltissimo raccontare, rispondere a domande. Le considero uno strumento prezioso da utilizzare. Ritengo importantissimo cercare-rilanciare strumenti semplici dal punto di vista organizzativo. Si è diffusa (si fa per dire perché ho sempre in mente le migliaia di bambini che ne sono esclusi) la Progettazione Partecipata con cui si cerca di coinvolgerli nella progettazione dei loro spazi aperti.Pur ritenendola molto interessante la sento troppo complessa per la maggior parte delle scuole.
Le interviste, al contrario, sono molto più semplici, non richiedono un’organizzazione complessa, non si fanno alla massa dei bambini ma a piccolissimi gruppi (o a singoli o coppie) in cui tutti possono esprimersi. Sono benefiche perché permettono loro di aprirsi, di pensare, di esprimersi. Si possono realizzare subito e in ogni realtà, possono dare ottimi frutti. Sono beneficheanche per gli adulti che imparano e riescono a conoscere i pensieri più silenziosi-sepolti dei loro alunni. Come esempio riporto lo stralcio di un’intervista che ho fatto a due bambini che abitano questo brutto cortile di una scuola del centro di Roma.

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D – come chiamate questo posto-spazio?
R - Noi lo chiamiamo cortile, noi lo chiamiamo giardino
D – vi piace andare in giardino/cortile?
R -Un coro immediato: “…e, CERTO!”
D – perché?
R - Perché in classe non si può correre, in classe si fa la ricreazione seduti
D – perché?
R - Perché si menano ed esce il sangue
D – da dove esce il sangue?
R - Dal naso o dal labbro
D – dove vi piace più giocare?
R - Chiacchieriamo anche dove ci sono 2 alberelli (in realtà si tratta di due grossi cespugli), uno tipo salice piangente che è bellissimo. È uno spazietto per le chiacchiere. Alcuni si arrampicano sugli alberelli. Andiamo lì dietro quando le maestre non ci vedono, se ci vedono dicono di non andare perché ci sono le trappole per i topi … per sederci abbiamo anche l’angoletto con il prato finto …

Mi domando: Quanti e quali adulti operano in questa scuola? Non posso pensare che a tutti questi insegnanti non siano arrivati i frutti delle recenti ricerche, non siano arrivate le nuove teorie. Sono stra-convinta del fatto che la maggioranza, la grande maggioranza di voi, di noi, di loro ne sia venuta in contatto.
Anche l’arte comincia a toccare-segnalare il problema della CONDIZIONE-BAMBINA e per me, l’arte è preziosa perché può aiutare ad aprire le porte della riflessione, della ricerca, perchéprovocare, accendere dibattito è uno dei suoi ruoli. imageQuest’opera di Edward Kienholz, artista fortemente critico degli aspetti della vita moderna, segnala molto bene la problematica condizione dell’infanzia.

Dando per scontata questa conoscenza voglio affrontare un problema che sta a monte e che ho individuato nei frequenti contatti con le scuole e i nidi grazie ai corsi di formazione: gli insegnanti pur sapendo, pur conoscendo, si sentono spesso ingabbiati, molti di noi si sentono come prigionieri in tele di ragno:

• Procedure e divieti sembrano rendere possibili solo piccoli movimenti impotenti.
• Adulti agitati si sentono sempre più prigionieri.
• I Bambini, a loro volta, vengono travolti da richieste e legati alle sedie nelle aule.

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Urge fermarsi a pensare, a pensare al possibile lì, nel nostro cortile asfaltato, brutto, poco invitante, povero! Pensare insieme e fuori da ogni schema. Ho scelto di non dare consigli ma di offrire delle provocazioni, farò degli esempi strani, a volte molto strani, forse folli ma che, spero, aprano la mente al possibile e ogni realtà ha il suo possibile. Ogni possibile innovazione richiede un poco di tempo per prendere corpo: alcune richiedono anni, altre mesi. Dobbiamo tutti sognare e, allo stesso tempo, essere anche consapevoli che ci sono sogni a lungo termine e sogni a breve termine. Per non perderci molti bambini e molti insegnanti bisogna lavorare su entrambi i tempi.
Per affrontare i problemi che le condizioni difficili ci pongono è necessario, urgente uscire dagli schemi. Per meglio spiegarmi utilizzerò il gioco dei 9 punti (che alcuni di voi certamente conosceranno già): “Si tratta di tracciare quattro segmenti di linea, in modo da toccare tutti i punti senza mai staccare la penna dal foglio.

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Per trovare la soluzione è necessario USCIRE dai bordi del quadrato (terza figura): le istruzioni non impedivano di farlo.

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Questo gioco può essere utile all’interno dei contesti di formazione per mostrare come a volte, di fronte a un problema, ci blocchiamo per via di limitazioni auto-indotte. Si può provare a trasferire questa verità nella vita quotidiana: i nostri autoinganni potrebbero impedirci di agire in un determinato modo. Per il semplice fatto che “così non si fa” o “così non si può” ci limitiamo delle possibilità, impediamo il progredire del cambiamento. Potremmo invece riuscire a trovare nuove soluzioni se ci ricordiamo che per lo stesso problema possono esserci più strade di uscita, come per esempio vediamo in questo gioco.

A questo punto ho voluto lanciare alcuni esempi paradossali, alcune follie possibilichiarendo che ognuno dovrà cercare le sue follie, quelle possibili nella sua realtà.
Prima di individuarle sarà necessario tenere ben presenti 2 ERRORI DA EVITARE:
1) Uscire dall’idea di poter sempre trasformare il proprio spazio aperto in uno simile a quello delle scuole svedesi, finlandesi. In certe realtà ci sono vincoli che impongono di essere guardati con realismo. Pur credendo nell’importanza del sogno sono consapevole che inseguire un’utopia completamente sganciata dalla propria realtà può, paradossalmente, bloccare tutto. Per essere più chiara: la scuola Romana di cui ho parlato prima dovrà partire con gli occhi attenti al suo spazio aperto tutt’altro che finlandese.
2) Evitare con molta attenzione ogni forma di improvvisazione perché anche le idee folli richiedono progettazione. L’improvvisazione è pericolosa e, a sua volta, può bloccare il cambiamento.

Vi sono due categorie di spazi aperti difficili:
~ c’è chi dispone di un brutto cortile sterrato ed è già più fortunato
~ c’è chi ha solo uno spazio cementificato o asfaltato o un terrazzo.
Mi fermerò maggiormente su questo secondo tipo di spazi perché è qui che vivono male molti bambini, è qui che deve partire la follia, il pensiero divergente.
Cominciamo dalle basi, da ciò che è a portata di mano ma inutilizzato. Partiamo da ciò che, addirittura, c’è nei nostri cortili cittadini, c’è anche in quelli svedesi-finlandesi, c’è ma non lo prendiamo in considerazione perché non lo riteniamo interessante e utile per lo scopo di avvicinare i nostri alunni alla natura. Mi riferisco alla nebbia, al vento, alla pioggia, alle pozzanghere che vengono dopo la pioggia e sotto il sole. Ho portato molti esempi di iniziative possibili a costo zero: un invito ad armarsi di coraggio per regalare ai bambini queste avventure. Non si può dimenticare che l‘aumento del bullismo sembra favorito, tra le altre cause, dalla mancanza di esperienze avventurose. Allora cominciamo a pensarci con determinazione: per fare questo tipo di regali ai nostri bambini possono bastare una giacca a vento, una sciarpa e l’ombrello se cadono alcune gocce. Mi fa piacere ricordare un testo antesignano che è uscito nella preziosa collana diretta da Andrea Canevaro:
“I bambini hanno bisogno di avventura”  di Thomas Lang - ed. RED – 98.
Su questo tema possiamo attingere molto dalle famose scuole nordiche di cui sogniamo gli spazi aperti e mentre li sogniamo, restiamo murati in classe. Come si comportano con la pioggia gli svedesi, i finlandesi? Cominciamo allora ad utilizzare la pioggia come fanno loro. Impariamo anche dai primi gradini della nostra scuola: dai nidi e dalle sc dell’infanzia. Qui, in molte realtà si è osato di più. È tutta questione di organizzazione. Una domanda ricorrente riguarda la paura delle mani che si sporcano di terra. Rispondo ponendo, a mia volta, con un’altra domanda: “perché quando vediamo i bambini nel bosco andiamo in visibilio davanti alle loro mani, piedi, tute, che si sporcano? Perché poi quando li portiamo in cortile rimaniamo turbati da questo tipo di contatto e lo evitiamo con cura?” Una sottile incoerenza affiora. Certo serve organizzarsi e andare per gradi. Puòanche essere utile ricordare lo studio dell’ospedale di Goteborg, in Svezia: “L’eccesso di igiene aumenta la possibilità di sviluppare allergie”.
Negli spazi aperti delle scuole i bambini oltre ad avere la possibilità di incontrare gli elementi naturali hanno anche bisogno di materiali. La presenza di questi evita le corse pazze simili a quelle dei polli in gabbia.
Per dotare i bambini di materiali poco costosi per i giochi all’aperto fu importante, per me, l'incontro con la pedagogia dei Parchi Robinson. Le prime esperienze nacquero ad Ivrea ad opera della Olivetti per i figli dei suoi operai nei mesi estivi. L’ispirazione arrivò, anche allora, dai paesi del Nord Europa. Negli anni 70 ebbi modo di conoscere e frequentare uno di questi campi gioco che era stato attivato vicino a Cuneo dove ero in vacanza. I materiali tipici, erano: legni, vecchie gomme d'auto, sabbia, terra, acqua.
Le caratteristiche del parco erano molto semplici:
• Uno spazio solo parzialmente strutturato ma adatto ad essere trasformato.
• Materiali grezzi messi a disposizione dei bambini per poi lasciarli giocare
liberamente con questi “oggetti speciali” normalmente fuori commercio.
• Un adulto preparato, capace di osservare, di apprezzare il gioco spontaneo.
Ho imparato così a dare loro il tempo, molto tempo per esplorare i materiali “poveri” che mettevo adisposizione, per prendere dimestichezza con le dimensioni ed il peso, per scoprirne gli usi possibili. Mi impegnavo a osservarli, incoraggiarli e estendere al gruppo le scoperte di qualcuno.
A questo punto, nella plenaria dell’incontro di Negrar, ho presentato, molti esempi caratterizzati dalla facile realizzazione. Impossibile qui metterli tutti. Mi limito al più strano che però può far intuire come si possono veramente trovare strade insolite ma possibili per aiutare i bambini.
Se, nel nostro cortile, non possiamo mettere i legni, le gomme, i pezzi di tronco, se non disponiamo di altri attrezzi-gioco: tutti disponiamo certamente di sedie e queste, negli spazi aperti più deprivati, possono diventare un ottimo e veloce materiale-attrezzo da utilizzare in cortile.

imageHo cercato di spiegare come: Possiamo annunciare ai nostri alunni: “Faremo un gioco bellissimo in cortile, ma dobbiamo prepararci”. Maria Montessori ci può aiutare molto, ci ha insegnato a sminuzzare le azioni più complesse per i bambini, complesse in base alla loro età. Ad esempio ci ha insegnato che lavarsi le mani, per i più piccoli, non è un’azione semplice e per questo e necessario separare, evidenziandole,le tante azioni che comporta il lavarsi bene le mani. Si tratta di chiarirne la possibile sequenza. In modo analogo anche per bambini prigionieri tra i muri della sezione e a lungo legati alle sedie ritengo opportuno creare una sequenza di azioni da provare per prendere confidenza, per agirle in sicurezza.

Ecco allora la serie di proposte che possiamo fare per raggiungere il nostro scopo:
- proviamo a sollevare sedie senza far male a noi o ai compagni,
- proviamo camminare con la sedia in corridoio,
- proviamo in fila,
- proviamo in ordine sparso,
- proviamo a scendere scale (dove ci sono per uscire all’aperto)
- proviamo a portare le sedie in giardino.
Ecco che arrivati in cortile i bambini avranno un materiale mobile a disposizione per costruire: strade, percorsi diversi, recinti, castelli, zone di sosta …

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Ho poi presentato tante altre idee un poco folli e fuori dagli schemi per dimostrare che l’impossibile diventa possibile anche nei peggiori spazi aperti. Termino qui per motivi di spazio con un’ultima semplice proposta.
Quando il cortile è di asfalto ci sono intorno alla scuola le opportunità del territorio, opportunità raggiungibili a piedi. Più volte, nei corsi di formazione, ho suggerito di cercare ambienti gradevoli, naturali e vicini. Se si fa attenzione, se si butta lì il pensiero, se ne possono trovare anche nelle grandi città.
Un esempio: alcune scuole del centro di Roma sono vicinissime a villa Ada che ha prati bellissimi che, in primavera, diventano bianchi di margherite. Queste uscite presentano molti vantaggi: non costano, possono essere più numerose di quelle gite che con il bus portano i bambinialle fattorie didattiche. Con tutto il rispetto per chi ci lavora segnalo che non sempre sono esperienze utili per bimbi cittadini. Metterli a fare la marmellata seduti intorno a un tavolo vuol dire riproporre un’esperienza che potrebbero fare anche al chiuso a scuola o a casa con la nonna/mamma.. e siamo da capo: li mettiamo a sedere!
Una scuola dell’Infanzia di Roma è riuscita a portare periodicamente i suoi bambini presso la scuola nel bosco: di questo hanno bisogno, non di fare marmellata.
Come ha scritto G. Rodari:
E' difficile fare le cose difficili parlare ad un sordo, mostrare la rosa ad un cieco. Bambini, imparate a fare le cose difficili: prendere la mano al cieco, cantare per il sordo e liberare gli schiavi che si credono liberi."
Anche noi adulti dobbiamo crederci, dobbiamo riuscire a spaccare l’asfalto per far fiorire i nostri cortili. Solo se abbiamo dei sogni riusciremo a farlo.

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Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra

A cura di Monica Guerra, ricercatrice presso Dipartimento Scienze Umane per la Formazione, Università degli studi di Milano, presidente dell'associazione Bambini e Natura. Milano.

http://www.bambinienatura.it

“C’era una volta una bambina a cui piaceva molto perdersi. Lo faceva bene, perché poi era brava a ritrovarsi... quando decideva di perdersi andava nel grande prato dietro casa, lo attraversava tutto, si affacciava al limitare della foresta e s’incamminava all’ombra dei grandi alberi, che diventavano sempre più grandi e sempre più fitti” (Masini 2012, pp. 7-8).

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Dire che la natura è vuoto è affermazione che odora di scandalo. Chiunque attraversi un parco o un bosco sente di attraversare luoghi di pienezza: è una sensazione che riempie gli occhi, le mani, le narici, i polmoni, le gambe. È bellezza che invade i sensi, ma anche che riempie la mente e dà respiro all'anima, che nutre. E nessuno sente di essere nutrito dal vuoto.
Tuttavia, se scegliamo la declinazione di vuoto non come di ciò che è privo di contenuto, ma come spazio libero, privo di frapposizioni, allora l'affermazione appare prendere un altro corpo, più promettente. Il vuoto a cui ci riferiamo qui riguarda in primo luogo ciò che non è strutturato, che però non significa senza struttura: non strutturato inteso come non predefinito, predeterminato, già saturo di qualcosa, spesso scelto da altri. Allora il vuoto appare come ciò che è privo di risposte, ma non privo di domande: uno spazio per la ricerca, fatto di osservazione e ascolto, di ipotesi e tentativi; uno spazio per la libertà, non intesa come assenza di regole, ma come possibilità di scelta e, dunque, di responsabilizzazione; uno spazio della creazione e, con ciò, della conoscenza.

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Quello naturale è allora uno spazio vuoto in modo differente da quelli artificiali, normalmente costruiti proprio per essere riempiti, perché è vuoto solo se si cerca una preorganizzazione, una predefinizione dei percorsi. Lo spazio naturale è invece spazio da attraversare, lungo una strada in cui il percorso si ridefinisce ad ogni passo. Senza timore degli spazi vuoti, delle pause, dei silenzi. Per questo quello naturale è vuoto rigenerante, generativo, compensativo anche, perché istituisce un altro spazio e un altro tempo, nuovi sia per i bambini e i ragazzi, sia per gli educatori e gli insegnanti.
Uno spazio naturale, definito vuoto in questi termini, diventa interessante perché si oppone a spazi e tempi altrimenti sempre pieni, a scuola e fuori da scuola. Spazi saturi di oggetti, materiali, attività, perlopiù eterodeterminati, che non lasciano spazio alla sosta, all'indagine individuale, alla costruzione collettiva; in cui il tempo è marcato dall'accelerazione, da una corsa verso che non permette di vedere il durante, una corsa che non offre spazi alla sedimentazione (Maffei, 2014; Zavalloni, 2008), invece necessaria perché l'esperienza possa dirsi tale, perché possa divenire conoscenza.

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Uno spazio così delineato risulta fertile per accogliere bambini e ragazzi, biologicamente predisposti per farsi carico della propria educazione (Gray, 2013), proprio perché mette a disposizione delle loro intelligenze un contesto provocante, connaturato e insieme estraneo, comunque spiazzante. In esso si apre il tempo della sospensione, della contemplazione, ma anche di un'azione inconsueta, tutta da scoprire, in cui ci si può finalmente perdere: ma perdere non come aspetto mancato o gaffe, come il perdersi è spesso inteso nella condizione moderna di abitanti (La Cecla 1993). Un perdersi, piuttosto, che è disorientamento: un disorientamento positivo, forse, per chi è sempre molto orientato, perché in questo spazio vuoto nuovo si può correre il rischio di non sapere cosa fare, di non avere domande altrui a cui rispondere, di non avere compiti dati da finire. E così, piano piano, il rischio diventa possibilità - ma non è sempre così? - di portare lo sguardo dove ancora non era arrivato, di cercare un dialogo nuovo con il mondo, di rimettere in discussione i propri passi e quindi di ritrovarsi, ma rinnovati, più consapevoli, più presenti a se stessi e agli altri. Perché attraversare quel vuoto è mettersi alla prova, giocarsi, essere protagonisti di un territorio da esplorare, è esercitare un pensiero divergente di contro a molta convergenza di una certa idea di istruzione. Crescere come esploratori del mondo (Smith, 2008; Guerra, 2013) chiede anche questo smarrimento, ma da lì potrà venire il desiderio di ricerca che, forse, è uno degli apprendimenti più significativi oggi (Guerra, 2015).
Ai bambini, ai ragazzi piace perdersi, e il mondo fuori sembra fatto proprio per questo. Allora, attraverso il vuoto, l’esperienza in natura può tornare occasione buona - non a perdere - per andare in profondità e costruire un dialogo fertile con la nostra Terra, ma prima ancora per ripensare un modo di essere che vada alle radici del nostro essere umani, che sia trasformativo delle persone e insieme delle relazioni, delle forme, dei modi che ci legano e su cui fondiamo la nostra stessa idea di educazione e di scuola.

Riferimenti bibliografici
Gray P. (2013), Lasciateli giocare, Einaudi, Torino, 2015
Guerra M. (a cura di), Fuori. Suggestioni nell'incontro tra educazione e natura, FrancoAngeli, Milano, 2015
Guerra M., Progettare esperienze e relazioni, Edizioni Junior-Spaggiari, Parma, 2013
La Cecla F., Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare, Elèuthera, Milano, 1993
Maffei L., Elogio della lentezza, Il mulino, Bologna, 2014
Masini B., Storie dell’uomo verde, Einaudi ragazzi, Torino, 2012
Smith K. (2008), Come diventare un esploratore del mondo, Corraini, Mantova, 2011
Zavalloni G., La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e non violenta, Emi, Bologna, 2008

Ci vogliono radici profonde per volare alto.

A cura di Maria de Biase, dirigente scolastica. Salerno.

Una dirigente “terra terra” non poteva mancare al Convegno sul tema Terra. Anche perché Maria De Biase ci ha regalato la sua presenza per la seconda volta.
Diretta, senza ambiguità o “buonismi” ma con tanta voglia di fare bene, Maria De Biase accoglie il quotidiano con le sue grandissime difficoltà e le sue gioie.
Dimostra con i fatti quanto la scuola possa trarre forza dal territorio in cui si insegna. Come si possano formare i bambini a pensieri e ad azioni concrete contro il degrado ambientale e a sostegno di una reale coscienza ecologica.

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Il suo amore per i prodotti della terra si esprime forte e chiaro con i progetti che sempre sostiene e ripropone, dovunque venga spostata come dirigente, rinnovando ogni volta il suo impegno di formazione alla consapevolezza, al “qui e ora”, alla gioia di avere a un tiro di sasso grandi risposte per una scuola semplice, per tutti, pubblica e ricca di saperi.
La sua presenza al Convegno ha significato una sferzata di energia: se è possibile nelle scuole del Cilento, sarà possibile dovunque e, per contro, nessuno si può sentire solo, con i suoi passi nell’osare la semplicità, l’attenzione alle risorse del territorio e ai singoli bambini, perché chi lavora come Maria, si incontra.
Questo ha raccontato Maria De Biase al convegno: la solitudine di un pioniere e la gioia di scoprire altri sul medesimo cammino. La volontà di non piegarsi ai sentieri stereotipati e pigri ma di cercare quelli che danno dignità al bambino, alla comunità, alle necessità primarie, alla possibilità di muoversi nel mondo complesso di oggi con proprie risorse profonde, cercando il noi piuttosto che l’io.
In tante situazioni ci vuole coraggio, perché si sa già che ci si espone a ferite profonde ma la bussola interiore continua a segnare un Nord ed è questo che ha trasmesso Maria a chi era presente al convegno: facciamo rete intorno a questo Nord.
Grazie Maria per le tue parole e la tua presenza.
L’intervista che alleghiamo è del giugno 2015, pubblicata da www.educareallaliberta.org
https://www.youtube.com/watch?v=2QgLaooTvUY

Stanza n. 1: La terra dove si cucina per finta. Educare giocando a buone abitudini alimentari, convivialitá e relazioni.

A cura di Federica Bianca Buglioni, scrittrice e formatrice. Milano. Francesca Lanocita, scrittrice ed educatrice. Milano.

http://www.bambiniincucina.it

http://www.layurtanelbosco.it

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Come hanno ampiamente dimostrato Monica Guerra, Paola Tonelli e Maria De Biase nei loro interventi alla plenaria, un ripensamento intelligente di spazi e attività scolastiche può restituire ai bambini molte occasioni di contatto quotidiano con la terra, la natura selvatica e gli elementi (il vento, la pioggia, la nebbia...).

La mia Stanza ha voluto integrare questa riflessione, approfondendo il tema del contatto con la natura all'interno dell'aula scolastica, uno spazio che troppo spesso è eccessivamente affollato di carta e inspiegabilmente privo di vita.

Con pochi materiali di facile reperibilità, appoggiati sulle mensole disponibili in aula, abbiamo provato a trasformare la nostra classe in una piccola Wunderkammer improvvisata, dove gli occhi e le mani dei partecipanti hanno avuto la possibilità di esplorare foglie, rami, semi, piante e frutti. Questi materiali hanno anche stimolato riflessioni (perché il limone senza buccia affonda mentre quello con la buccia galleggia?), permesso di realizzare piccoli esperimenti scientifici (il cavolo rosso, messo a bagno nell'acqua, rilascia un colore che si modifica a seconda che si aggiungano bicarbonato o succo di limone) e dato vita a un laboratorio creativo sul tema del valore affettivo del cibo.

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Oggi, infatti, per molti bambini, il cibo è l'unico elemento di contatto quotidiano col mondo naturale e anche per questo motivo il suo valore didattico merita di essere riconosciuto al di là dei momenti dedicati all'educazione alimentare. Non solo. Nel corso dell'incontro abbiamo visto come oggi il cibo, attraverso il nostro comportamento alimentare, sia diventato a tutti gli effetti un nuovo linguaggio, che utilizziamo più o meno consapevolmente per esprimere i nostri valori, la nostra identità, il nostro disagio.
 Da questa riflessione siamo partiti per sperimentare a un laboratorio che stimolasse nel bambino la consapevolezza che a tavola non ci sono solo le esperienze sensoriali (il gusto, il tatto) ma sono in gioco anche emozioni e sentimenti, capaci di condizionare il nostro rapporto col cibo forse più del sapore.

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Il laboratorio è iniziato chiedendo a ogni partecipare di pensare a una persona molto amata per la quale preparare un piatto pieno d'amore (ai bambini si può lasciare la liberta di destinare la creazione anche a un animale, un pupazzo o un personaggio immaginario). Con i materiali naturali a nostra disposizione, ognuno ha costruito quindi il proprio piatto del cuore, scoprendo così che il gioco simbolico della cucina può diventare un valido alleato anche per esplorare i materiali naturali e, attraverso la loro varietà e bellezza, toccare temi delicati legati al mondo affettivo del bambino.

Stanza n. 2: Una terra di incontri: L'atlante delle relazioni. Costruire la propria mappa relazionale nella conoscenza di sé e dell'altro.

A cura di Barbara Archettiformatrice e presidente della onlus ong Vento di Terra. Milano. Anna Pisapia, giornalista e blogger. Milano.

aaQuando in una esperienza di formazione c'è un coinvolgimento emotivo, affettivo, relazionale, che va al di là della parola, l'esperienza diventa parte della nostra biografia. Questo è lo spirito con cui abbiamo accettato l'invito della Rete a condurre la stanza 2, prendendo spunto dal nostro lavoro con i bambini e dai temi cari a Vento di Terra, che lavora in terre di confine, là dove sempre più spesso troviamo muri, quei muri che è opportuno cercare di comprendere, per poi abbatterli, anche solo simbolicamente.

Abbiamo deciso di interpretare il tema di quest'anno immaginando la Terra come luogo delle relazioni, relazioni tra persone, con oggetti, contesti, storie, e capire come ognuno di noi si “ritrova” in un determinato contesto, come nell'incontro i contesti si modificano e come dalla lettura del contesto sia possibile comprendere anche qualcosa di noi.

Immaginando di lavorare con persone che quotidianamente hanno a che fare con gruppi in formazione, in particolare con gruppi di bambini, abbiamo cercato di stimolare una riflessione sull’importanza dell’esperienza diretta in formazione insieme alla necessità di un lavoro profondo e attento sulla mappa delle relazioni che nel gruppo si creano. La Terra degli incontri, Atlante delle Relazioni, rappresenta un terreno che, se ben curato, può positivamente influenzare sia i processi di apprendimento sia la crescita di sé e di un collettivo solidale.

Il laboratorio è stato centrato sull’elaborazione di una “mappa relazionale”, un atlante dove elementi caratterizzanti sono state le storie dei partecipanti, gli elementi che ne influenzano i percorsi di incontro e conoscenza reciproca. Quando decidiamo di guardare negli occhi qualcuno, di ascoltarne la storia, di accoglierne le specificità, di prendere per mano, scopriamo il mondo che sta al di là del nostro giudizio. Scopriamo una storia, un'altra storia, diversa e a volte uguale alla nostra, una storia vera e concreta che, come la nostra, merita di essere considerata.

L'incontro è stato di tipo esperienziale, cercando di concentrare in poche ore temi che hanno una valenza più ampia e che potranno, a seconda del contesto e del tempo a disposizione, essere ripresi dai partecipanti e riproposti in modo più complesso, completo e articolato.

Abbiamo creato dei gruppi di lavoro, e strutturato l’attività in fasi diverse e consequenziali, passando da un dimensione personale e intima a una dimensione collettiva. Così, ogni partecipante ha avuto modo di raccontarsi, creando una mappa realizzata con materiale di diverso tipo, in prevalenza naturale. Partendo da un foglio bianco, ognuno ha potuto realizzare il SUO mondo, una terra meravigliosa unica e bella, fatta di vari materiali e consistenze. Ogni mondo è stato curato nei più piccoli dettagli, ne sono stati modulati i confini, ed è stato presentato agli altri membri del gruppo attraverso un depliant pubblicitario “Ehi! Vieni a conoscermi, qui c’è molto di bello…ci sono anche limiti e difetti, ma troverai un mondo fantastico…”.

Come cambia la percezione di sé quando il mio mondo, la mia terra, incontra la terra degli altri? Sento il bisogno di rimodularne in confini? Come mi colloco, dove, cosa sento quando improvvisamente alzando lo sguardo non sono più solo, ma ho altri mondi vicini?

Dopo aver dato ampio spazio al racconto individuale, questa fase del laboratorio ha rappresentato un’esperienza particolarmente sentita. Quando il mondo del sé incontra il mondo degli altri si crea un momento in cui ci si modifica, dove i confini vengono ridefiniti, dove un mondo singolo diventa mondo collettivo, un bene prezioso e comune, nel quale ogni singolo può comunque ritrovare se stesso. Questo luogo, la mappa delle relazioni, può rappresentare “simbolicamente” un gruppo classe, una comunità...

L’attività è continuata lavorando quindi sulle connessioni, sugli elementi che da un mondo portano all’altro, cercando di creare ponti e collegamenti, un atlante relazionale complesso e variegato, dove lo spazio individuale è diventato parte di un tutto sempre più grande: prima la terra di un tavolo di lavoro, poi la terra di tutto il gruppo insieme. Cinque continenti che si sono incontrati, rendendo visibili legami collettivi e storie personali.

Per concludere, abbiamo chiesto ai partecipanti di trovare delle parole chiave legate alla mappa realizzata e alla esperienza vissuta. Le parole sono state raccolte sulla lavagna e restituite al gruppo anche in forma di dono, ognuno infatti ha portato a casa una parola scelta a caso da un sacchetto. Un piccolo seme per far germogliare nuove riflessioni. Allo stesso tempo, ogni sottogruppo ha scelto le parole che sentiva più rappresentative per formulare una frase in grado di restituire l’esperienza in plenaria. Ne sono nate cinque “esortazioni” – dal latino exhortari, portare verso l’alto – da lanciare in plenaria, proprio come semi che possano esortare altre riflessioni e pensieri.

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L'esperienza della stanza 2 è stata preparata con la preziosa supervisione di Tiziana Luciani, direttrice della Scuola di Arte Terapia della Cittadella di Assisi, autrice del libro "E corrono ancora", impegnata nel Movimento di Cooperazione Educativa sin dalla sua fondazione. La stanza si ispira alla teoria dello sfondo integratore e alla geografia immaginaria, con particolare riferimento al lavoro di Giuliana Bruno, docente a Harvard, autrice di “Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, architettura e cinema”, che nasce dalla "mappa del tenero".

"Il mondo esterno esprime un paesaggio interiore e le emozioni implicano un vero e proprio moto. Sono una topografia ricca di imprevedibili itinerari. Uscire da sé significa immergersi nel flusso e riflusso di questa psico-geografia personale e tuttavia sociale” Giuliana Bruno

 Stanza n. 4: Dalla terra alla TERRA, il cerchio della vita. Percorso trasversale nella didattica attraverso vari linguaggi per un lavoro a tutto tondo sull'ecologia.

A cura di Susanna Groppello e Antonio Panella, attori. Genova.

Il cerchio è la base dell’incontro, il cerchio è la base dello scambio, il cerchio è la base della vita.
Ci incontriamo tutti in cerchio e ci presentiamo; da dove veniamo e perché abbiamo deciso di condividere questo momento. Scambiamo parole, sguardi e gesti, che fluiscono da uno all’altro, da una all’altra.

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Prendiamo un foglio e una matita e ci avviamo verso il fuori, verso la natura, verso l’aldilà del nostro essere rinchiusi, esseri umani in scatole, sempre così separati da ciò che ci circonda.
Andiamo a scoprire le linee di un albero a scelta, seguiamo il suo movimento con la matita sul foglio. Quando torniamo dentro, scopriamo che la danza di un ramo singolo riprende gli stessi movimenti dell’albero intero. Il piccolo si trova nel grande, e il grande si trova nel piccolo. Tutto è collegato.

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Osserviamo una mela al centro del nostro cerchio. Cosa è? E’ un frutto, è un seme, è una pianta, è un fiore. Perché diciamo che è una mela? Il piccolo si trova nel grande, e il grande si trova nel piccolo, tutto è collegato. Perché vediamo solo una parte?
Ascoltiamo Il Requiem di Mozart, Kyrie Eleison. Ad occhi chiusi assaporiamo le emozioni della musica, paura meraviglia vita morte approdo. Ad occhi chiusi tracciamo la forma dei suoni che si susseguono, piramidi spirali labirinti cerchi e ancora cerchi. La morte dopo la vita, la vita dopo la morte. Tutto è collegato, in un grande cerchio. Le religioni di tutte le culture del mondo hanno imparato dall’osservazione della natura.
Perché non vediamo più il cerchio nella sua bellezza integra? Perché abbiamo rotto il cerchio, noi, nella nostra cultura industriale? Perché ci siamo posti al di fuori dal cerchio? Perché la natura è sempre fuori, da osservare, da conoscere, da godere, da sfruttare?
Proponiamo degli spunti di riflessione, ma invitiamo ad ognuno ed ognuna di trovare i suoi propri spunti.
Nel Concilio di Nicea nel 325, la figura di Maria viene dichiarata madre vergine. In un attimo perde la sua caratteristica di madre terrena, madre legata al cerchio della vita che nasce dalla terra.
Nel Concilio di Efeso nel 431, Cristo viene dichiarato dio incarnato con due essenze, quella umana e quella divina, che nel momento dell’incarnazione prevarrà. Maria quindi viene dichiarata madre di dio, e non madre di un uomo, Cristo. Le religioni agricole si allontanano, la terra diviene luogo di culto occulto. Da una parte c’è il cielo e la creazione, inafferrabile ed incomprensibile per l’uomo, dall’altra parte c’è la terra, svuotata di ogni potere.
Alla fine del 1500, Giordano Bruno afferma che dio è natura, e così farà Baruch Spinoza; dio comprensibile ed afferrabile mediante l’intelletto per l’uno, mediante l’intuito per l’altro. Ma dio è natura, creazione in sé e per sé. Il primo finirà sul rogo per le sue idee.
Suggeriamo che ogni paradigma partorirà la sua antitesi, e così l’oscurantismo darà vita all’illuminismo. Dal dogma che niente è afferrabile con l’intelletto si passerà alla massima che tutto è afferrabile con l’intelletto. Le basi del positivismo e della scienza moderna sono gettate.
Tutto è conoscibile nelle sue più piccole parti. E per conoscere le parti, bisogna sezionarlo, tagliarlo, conoscere le viscere del tutto. Il tutto non si trova più nelle sue parti. Sono le parti che fanno il tutto, forse, quando un giorno conosceremo tutte le parti. Il cerchio viene distrutto. E noi ne rimaniamo fuori, cercando di sopravvivere.
Leggiamo il discorso di Capo Seattle al congresso di Washington nel 1850. Tutto è collegato. Noi non tessiamo la trama della vita, siamo solo un filo in essa. Qualsiasi cosa facciamo al tessuto, la facciamo a noi stessi. Abbiate cura dell’acqua, dell’aria e della terra, come noi ne abbiamo avuto cura.
Proponiamo di ritrovare il tutto, il collegamento.
Una mano nel cerchio si avvicinerà all’altra, e senza toccarla, sentiremo la sua presenza. Senza saperlo, siamo ancora tutti collegati.

Stanza n. 5: L'orto delle meraviglie. Come interpretare l'orto nei servizi per l'infanzia, nella scuola e nella comunità. Riflessioni e esempi pratici per un'esperienza possibile.

A cura di Emilio Bertoncini, agronomo, guida ambientale, esperto in orticoltura didattica e urbana. Lucca

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Che differenza c'è tra fare un orto a scuola e svolgere un'esperienza di orticoltura didattica a scuola? Chiarito che nella nostra stanza “scuola” è un termine che abbiamo usato per definire tutti i livelli del sistema educativo, in primo luogo abbiamo dato una risposta a questa domanda: fare l'orto rischia di essere la mera riproposizione di un gesto agricolo, mentre fare orticoltura didattica a scuola significa cogliere tutte le opportunità educative e didattiche offerte dal disporre di uno spazio in cui si coltiva. Spazio che, proprio per meglio rispondere alle finalità non produttive ma educative, può assumere una fisionomia molto diversa da quella dell'orto tradizionale. Per esempio, si potrà trattare di un orto in cui le superfici coltivate sono comparabili o addirittura minori rispetto a quelle destinate dal calpestio. Questo per rendere più fruibile l'orto come laboratorio a cielo aperto. Forse di più: l'orto interpretato come contesto per l'apprendimento aperto e sfidante.

Abbiamo visto l'orto come pretesto per educare all'aperto, per incontrare ciò che la natura sa mettere alla portata dei nostri sensi, per riscoprire i tempi della natura, per far crescere il senso della cura, per portare a scuola i contenuti culturali del territorio, compreso il patrimonio di biodiversità agraria, per imparare facendo e per inventare strumenti e soluzioni di cui non disponiamo. Ancora l'orto come spazio in cui porre in sfida e stimolare la manualità, per stimolare la cooperazione, per scoprire le origini del cibo e ri-allacciare con esso un rapporto pacifico. Un luogo in cui non necessariamente imparare a coltivare, ma in cui sperimentare, anche attraverso gli errori, e capire come si potrà coltivare. Uno spazio che fornisce alla scuola spunti che possono contaminare e migliorare il resto dell'attività didattica. Ci siamo soffermati anche sul valore educativo dell'introduzione nella scuola di rischi controllati, ma reali e concreti. Rischi che sappiano essere fattore educativo.

Dopo un breve cenno agli orti di comunità, partendo dall'esperienza dell'Orto del Giardino della Lumaca ispirato al lavoro di Gianfranco Zavalloni, ci siamo sporcati le mani seminando e piantando. Lo abbiamo fatto con semi e bulbi di stagione che sono stati posti in vasetti di diversa origine e lo abbiamo fatto lanciando una sfida ideale: quella di favorire il pensiero divergente e la ricerca di nuove soluzioni.

Infine, abbiamo passato in rassegna una serie di soluzioni tecniche, dalla coltivazione in piena terra a quella in contenitori di vario tipo, che consentono di coltivare anche dove sembra improbabile. Il messaggio di chiusura è stato proprio questo: possiamo tornare ad esercitare il nostro diritto – dovere a coltivare almeno un po' di quello che mangiamo, anche quando questo sembra impossibile. Simbolicamente lo abbiamo fatto facendo nascere un orticello in una ciotola usa e getta in cui a pranzo era stata servita l'insalata. Recuperata dal sacco dei rifiuti è diventata un ricettacolo di vita e un luogo di produzione del cibo.

 

Stanza n.6 La terra delle mappe. Fare inchiesta sul territorio con i ragazzi utilizzando uno spazio web.

A cura di Fabio Rocco e Roberta Scalone, insegnanti. Padova.

Il laboratorio è stato diviso in tre parti: dopo una veloce presentazione di tutti i partecipanti del gruppo, Fabio e Roberta hanno illustrato brevemente le caratteristiche del geoblog realizzato lo scorso anno scolastico con la classe quarta B della scuola Giovanni XXIII spiegando le ragioni e il contesto nel quale questa attività è stata realizzata.
Nella seconda parte i partecipanti del gruppo hanno lavorato come i bambini ovvero come una redazione, realizzando un'intervista video ai due relatori centrata sugli aspetti che più interessava loro indagare a proposito del geoblog (dall'organizzazione del lavoro redazionale, alle difficoltà incontrate, alla questione delle liberatorie, ecc.). Successivamente i corsisti sono entrati nelle altre stanze per documentare con fotografie il lavoro che lì si stava svolgendo.
Nella terza parte l'obiettivo era creare un geoblog per l'occasione, quindi illustrare come il materiale video/foto prodotto dal gruppo potesse essere inserito. Questo geoblog ha avuto come mappa di riferimento quella dei luoghi di provenienza dei relatori delle diverse stanze.
L'embrione di risultato in maniera molto sommaria si può vedere su:

http://www.laterradelleducazione.wordpress.com

Stanza n. 8: La terra dei selvatici. Consapevoli di natura: la selvatichezza come percorso educativo irrinunciabile a casa e a scuola.

A cura di Emanuela Bussolati, autrice di libri per l'infanzia. Milano.

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Questo bellissimo concetto di selvatichezza, che Gianfranco Zavalloni e Pia Pera proposero e che imparai da Paolo Tasini è sempre stato per me una sorta di tatuaggio, impresso nel mio essere dalla prima infanzia.

Ho aperto la Stanza con questa premessa, sottolineando quanto sottraiamo ai bambini in conoscenza, autonomia, equilibrio, quando non diamo loro l’opportunità quotidiana di essere in contatto con la natura, la nostra natura dall’inizio della vita umana.

Mostrando le foto del sito di Paolo Tasini (http://attraversogiardini.it), della pagina FB di Svane Frode (https://www.facebook.com/svane.frode?fref=ts), e quelle legate alla mia esperienza diretta, ho voluto evidenziare come ci siano diverse possibilità e diversi gradi di recupero della selvatichezza. Inoltre sono moltissime le connessioni tra le competenze richieste al bambino e le esperienze che offre la natura.

Per esempio l’esperienza scientifica valorizza la curiosità, l’osservazione, la sensorialità, l’esplorazione, cose che possono essere valorizzate anche dall’esperienza fisica della propria forza, del proprio equilibrio, dei propri sensi ma anche sono valorizzate dalle esperienze sociali di responsabilità, condivisione, cura del luogo, autostima. Tutti questi ambiti, insieme alla creatività, al pensiero progettuale o riflessivo, alla spinta vitale che dà gioia ad ogni giorno e fa apprezzare quello che ci viene offerto, sono offerti gratuitamente da esperienze che possono andare dalla cura dell’orto e degli animali, alle passeggiate nei boschi, nei campi, al mare, in montagna, alle crepe nei muri o nell’asfalto, dove crescono piante tenaci e coraggiose.

La natura offre a piene mani le metafore, le metamorfosi, le conoscenze che servono a un sereno sviluppo intellettuale e fisico dei bambini, a patto di lasciare gradualmente che esplorino, tocchino, osservino, inventino, creino, curino, sbaglino, correggano, conoscano i propri limiti e le proprie abilità, imparino.

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I materiali sono ricchissimi: il nome antico dei sassi per esempio era “calcoli”. Perché non usarli anche per calcolare, dopo aver permesso la manipolazione. O per fare insiemi e categorie (quelli bianchi con una riga nera, quelli neri, quelli tondi, quelli lunghi…). Ma anche soppesarli, lanciarli, valutare l’impatto che hanno in acqua o sulla terra, creare muri, dighe, stradine, opere artistiche…

I bastoni hanno diverse misure, diversi diametri ma possono servire anche a fare una tana (cosa che spesso è necessaria ai bambini e che salva da aggressività, equilibria dispiaceri, ridà energia) o a fare un “segno”.

Le impronte nella sabbia o nella terra o i segni su un albero aprono tutto un mondo di letture possibili, comunque propedeutiche al leggere.

Un percorso dove camminare a piedi nudi passando dalla sabbia, alla ghiaia, alle pigne, ai ciottoli può aprire alla voglia di descrivere e condividere sensazioni, di esprimere emozioni.

Lo sforzo di arrivare a un obiettivo, che sia salire su una collinetta o di raggiungere un ramo dell’albero ridà fiducia nelle proprie capacità e educa alla frustrazione e al successo ricercato con costanza.

Gli incontri ravvicinati con i piccoli animali di un prato anche cittadino possono dare grandi sorprese e aprire allo sguardo attento, accogliente, curioso.

La forza con cui si può sollevare un sasso o si può picchiare una balla di paglia o rompere una zolla, aiuta a sfogare positivamente l’aggressività.

Tutte queste cose, insieme agli elementi come l’acqua e il suo comportamento, le nuvole, l’omba e la luce, il caldo e il freddo, i colori, i cambiamenti, sono occasioni gratuite di esperienza, riflessioni, tesi, ipotesi, ricerca. E tutto è lì, alla nostra portata e gratis.

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Non è impossibile pensare a un cortile che si possa trasformare, a piante da coltivare sul davanzale, a un piccolo orto in cassetta o nelle bottiglie. Ma la cosa importante è comunicare chiaramente a bambini, colleghi, personale, genitori, superiori… le proprie intenzioni e come si possono fare le esperienze nel modo migliore. In questo modo tutti sanno prima che cosa può succedere e che tipo di rimedi sono stati già pensati in caso di difficoltà. Inoltre conoscere può significare desiderare di partecipare o almeno di osservare con spirito di complicità positiva. Le esperienze conquistano per la verità che contengono ma questo richiede impegno e preparazione, perché non siano raffazzonate o superficiali.

Nella seconda parte dell’incontro ho fatto fare due esperienze: portare la terra in classe, proteggendo il pavimento con un telo da imbianchini, meglio se robusto, e facendo seminare piantine a crescita veloce (nasturzi, ravanelli, cicoria, fagioli…) in piccoli vasi. A crescita veloce perché i bambini siano gratificati e che si sviluppino sia sopra sia sotto terra (come i ravanelli) perché i bambini imparino la cura, la pazienza e la fiducia.

Ogni gesto viene commentato: si suscitano domande e si cercano risposte. Il drenaggio per non fare affogare le radici. La terra a un cm sotto il bordo del vaso perché non venga buttata fuori quando si innaffia… e così via.

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La seconda esperienza invece riguardava l’immaginario. Abbiamo fatto delle mappe narrative, utilizzando sassi, legni, conchiglie, semi, galle di quercia, ghiande, terra… per creare paesaggi fantastici sui quali raccontare avventure, esplorazioni, fiabe, pensieri…

Parlare di quello che si è fatto aiuta a “fermare” l’esperienza e le emozioni vissute. Insieme a queste, sempre, si fissa la memoria di ciò che si è osservato e imparato.

Bibliografia adulti

Fuori- Franco Angeli- Monica Guerra e aa.vv

L’ultimo bambino nei boschi- Rizzoli- R. Louv

A piedi nudi nel verde- Giunti- A. Oliverio, A. Oliverio Ferraris

Pedagogia della natura- Franco Angeli- S. Chistolini

Laboratorio delle stagioni – Erickson – M. Coralli, P. Lecardi, E. Novarini, L. Silviotti

 

Stanza n. 9: La terra del Closlieu. Pennelli e colori per imparare... ad essere!

A cura di Barbara Arduini, formatrice. Verona. Emanuela Marsura, formatrice. Conegliano (Treviso).

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Il Cerchio Atelier e L'Isola dei Colori hanno portato, al Convegno della RCE "C'è speranza se accade @" a Negrar, l’esperienza del Gioco del Dipingere.

E il 21 ottobre alle 16 è cominciata l'avventura! Grazie al lavoro di Mirko, marito di Barbara, in un’aula della scuola di Negrar sono sorte le pareti e la tavolozza tipiche del Closlieu, il luogo che rende possibile il Gioco del Dipingere, così come pensato da Arno Stern. Dopo tre ore e mezza, con il sostegno di Daniela, di Edoardo e di Michela, tutto è pronto per accogliere le 24 donne che desiderano giocare. Le pareti rivestite di carta attendono le tracce che escono dal bordo dei fogli bianchi, i pennelli riposano, pronti al gioco, accanto alle ciotole del colore e ai bicchieri dell’acqua.

"Ho perso la cognizione del tempo", "Avevo finito, ma non volevo smettere...e temevo mi avrebbero fatto uscire... poi ho capito che potevo fare un’altra pittura", "C'era sempre qualcosa che avevo voglia di aggiungere", "Sono stata in silenzio perché entrando ho trovato il silenzio", "Ho trovato quello che da tempo desideravo: fare senza preoccuparmi di ciò che facevo", “Guardavo i disegni…e li vedevo meglio del mio” sono solo alcune delle parole comunicate dopo un'ora e mezza di gioco dalle partecipanti. Emozioni emerse nell’esperienza e comunicate prima con gli occhi che con le parole.

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La curiosità ha poi suggerito tante domande che hanno riempito un'altra ora e mezza: “Come nasce la tavolozza con i 18 colori”, “C’è una comunicazione su quanto si è fatto… sulle emozioni provate?”, “Perché i pennelli tondi… il foglio grande?!, “Perché non si portano a casa le pitture?“ Domande che hanno permesso di introdurre gli elementi essenziali del Gioco del Dipingere e del Closlieu: la "quietudine", il piacere, l'espressione naturale, il non giudizio, il non confronto, la perseveranza, la continuità...

“Ma che avete fatto alle persone? Escono tutte… stravolte!” qualcuno ci ha chiesto. Niente di particolare, abbiamo solo restituito loro il tempo… di giocare, la possibilità di recuperare un’espressione libera da condizionamenti.

Siamo grate a chi ha reso possibile questo esserci, a chi ha giocato con noi: anche per noi è stato bello poter condividere un’esperienza che crediamo risponda al bisogno di stare bene oggi.

 

Stanza n. 13: La terra che verrá. Educare ai futuri possibili, tra interdipendenza e sostenibilità.

A cura di Giancarlo Cavinato, insegnante, segretario nazionale di MCE. Mogliano veneto (Treviso).

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Alla luce della complessità del presente e del senso di disorientamento che spesso permea diversi momenti del vissuto dei singoli e delle comunità, sembra indispensabile che le/i ragazze/i comprendano il mondo nel quale vivono e si interroghino su come potrebbe essere quello del futuro.
Gli interrogativi che emergono dalle discussioni comprendono un ambito che va dal personale e locale al globale e planetario.
Si tratta, per noi adulti, di interrogarci su come educare a non accettare acriticamente come dato ineliminabile lo stato delle cose e su come aiutarli a riflettere sulla società per ipotizzare forme di miglioramento.
Come attrezzare a vivere nella società multiculturale, nel divario sempre più crescente fra nord e sud nei nostri paesi e a livello planetario, nell’ingiustizia e nell’ineguaglianza diffuse, fra danni ambientali sempre più gravi, nel permanere di problemi razziali, di classe e di genere e nel mondo interdipendente?

La proposta fa riferimento al ‘progetto dei futuri globali’ a cui David Hicks, l’Institute of Education dell’Università di Londra e il MCE hanno lavorato negli anni ’90
In particolare si sono sviluppate le seguenti attivita’:
• Ampliamento della percezione spazio-temporale ( costruzione di una linea del tempo su 100 anni nel passato e 100 anni nel futuro)
• Costruzione di rappresentazioni della realtà e del mondo a partire dalla sfera personale procedendo ad onde concentriche ( mappa)
• Idee di futuro nel tempo: utopie e paesi di cuccagna, cultura ‘alta’ e cultura ‘popolare’
• Un viaggio nel futuro: immaginazione guidata ( sui sedili di un aereo)
• Permanenze e cambiamenti: conseguenze delle innovazioni tecnologiche e delle invenzioni
• Ampliamento della percezione del futuro: futuri personali, desiderabili, probabili, alternativi, possibili, irreversibili: inventiamo il futuro, cosa vorremmo vedere cambiato, cosa ci portiamo con noi ( anticipare il cambiamento è possibile?)
• Come posso intervenire/determinare il mio futuro, quello di altri, dell’ambiente, della terra ( costruzione di microprogetti a gruppi su problemi specifici)

 

Stanza n. 16: Giardini per crescere. Quando lo spazio fisico influenza lo spazio educativo.

A cura di Paolo Tasini, educatore, giardiniere. Casalecchio di Reno (Bologna).

https://attraversogiardini.it

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http://www.atelierdeipiccoli.com/in-questa-buca-ci-vive-un-drago/

Nella nostra stanza abbiamo accennato alle recenti scoperte scientifiche sulla vita vegetale e sulle grandi alberature in particolare. Facendo riferimento al lavoro divulgativo di Peter Wohlleben e Suzanne Simard ho raccontato la capacità di accudire i simili, propria dei faggi e delle quercie adulte e ho posto l'accento sulla particolare condizione della piante forestali che essendo state piantumate dall'uomo in ambienti privati di vegetazione matura non godono di questa cura. Peter Wohlleben parla di comunità di alberi orfani che crescono come i bambini di strada.

Le recenti scoperte della neurobiologia vegetale stanno cambiando radicalmente il nostro sguardo sulla vita che ci circonda. Presentare e condividere con i bambini questo nuovo mondo è una sfida appassionante e creativa. Stimolare poi, oltre che sul pianto intellettuale, anche su quello fisico, soprattutto se ci si rivolge all'infanzia di città, è un impegno doveroso.

Richard Louv nel suo libro Last Child in the Wood ci presenta il fenomeno della "Sindrome da deficit di Natura". L'abbiamo evocata raccontando la mia esperienza personale e leggendo alcuni brani da "Il diario di una Schiappa" e da un intervento di mio figlio sul Blog Attraverso Giardini.

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In questo quadro ho presentato i giardini costruiti negli ultimi anni dal nostro gruppo di lavoro per le scuole dell'infanzia in Emilia Romagna. Lo spazio educativo esterno all'edificio deve poter mettere in contatto bambino e natura in una esperienza diretta. Ecco allora che prati, alberi ombrosi, piccole colline, avallamenti, pietre stondate, tronchi che emergono dal terreno, tunnel di salici, tane di verzura, buche, pozze d'acqua, piante da annusare, da tagliare, da rompere e tante altre piccole situazioni sono il tessuto, la trama, in grado di sostenere una buona azione educativa.

Il coinvolgimento degli adulti, il loro piacere, l'aver provato la dimensione e il gioco libero negli ambienti di natura, saranno la linfa migliore per condividere e far crescere questa opportunità.

 

Stanza n. 17: "Cose" di questo mondo.  Cercare, trasformare, dare vita: le potenzialità dei materiali naturali. In ognuno di essi una storia possibile.

A cura di Sara Goldoni, burattinaia, Modena. Elio Elis Ferracini, burattinaio. Busto Arsizio (Varese).

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Siamo partiti dall'idea che in questo mondo di 'cose' che ci circondano rischiamo, e prima di tutti bambini e bambine (i più esposti 'agli esempi'), di diventare le 'cose' che ci circondano. Produttori di profitto (poco per tanti, tanto per pochi) e consumatori di cose e di tempo.

Abbiamo proposto e praticato uno sguardo diverso sul mondo, che è lo sguardo stupito e di scoperta di bambine e bambini, su oggetti con cui e tramite cui scoprire il mondo, sguardo che si accompagna a quella loro 'energia' che fa sì che le cose che vita non hanno abbiano vita (anima-azione) e di assumere anche altre funzioni.

Si è trattato quindi di rimettere al centro di questa esperienza qualcosa che in noi adulti è stato ed è (due volte alla settimana faccio judo e per questo mi 'travesto' e mi separo dal mondo per affrontare l'incontro-scontro sul tatami, poi faccio finta di rinsavire e ritorno nel mondo di tutti i giorni; col tempo ho imparato che questa esperienza va oltre il costume e l'azione svolta per un paio d'ore...), come è in bambine e bambini quando incontrano noi adulti e ci invitano (senza 'separarsi o travestirsi') a partecipare e favorire queste scoperte e trasformazioni...che il coperchio della pentola diventa uno scudo, oppure un cappello o ancora il piatto della batteria, proposte su cui spesso tanti adulti sorvolano o non danno peso né tempo o, peggio, impediscono. Usare le 'cose' e non farsi usare dalle 'cose'.

E' stato un laboratorio dentro il racconto di un 'risveglio' a partire da casa dove si incontrano peluche e stoffe da muovere, per poi uscire ed incontrare il resto del mondo.

[...]Ci siamo così concentrati su 'frutta e verdura', perché 'portatrici inside' di intenzionalità di cura e attesa, per trasformarle in personaggi e fare una buona esperienza, forse un buon spettacolo e magari un buon minestrone (come già altre esperienze teatrali ci insegnano). E' una proposta collegata ad un mio lavoro rivolto ai piccolissimi sull'inserimento graduale degli alimenti in linea con lo svezzamento naturale...pensato anche per mettere pace fra bambini e verdure.

E allora Sara, burattinaia con una spiccata sensibilità per la 'trasformazione' ha portato il gruppo a dare a frutta e verdura occhi, capelli, piedi, vestiti e quanto altro ognuna delle partecipanti vedeva star bene in quell'essere; io ho proposto poi attività di animazione con balli, ricerca della voce, azioni, parole...che è poi quello che fanno i bambini, ma anche i 'grandi' quando animano il cucchiaio della pappa che vola e poi atterra e nutre. E' stato riprendere un gioco, ritrovarne voglia e divertimento, costruire consapevolezza, immaginarlo ponte verso altro con altri.

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Il 'gran finale' è stata una proposta mia e di Sara rivolta al gruppo e con questo condivisa. Resituire all'assemblea le tre ore passate insieme diventando semi sparsi che prendono vita ed entrano in contatto col pubblico (i compagni e le compagne di Rete), quel terreno umano in cui e con cui per due giorni ci si è coltivati e lasciare a qualcuno un altro seme concreto (una vedura personaggio) da portare via con sé. Il 'finale' pensato era un saluto su note e parole (già rieccheggiate nell'arco delle due giornate), sul disegno animato della canzone 'di domenica' dei Subsonica.

Grazie davvero tanto da parte nostra per la bellissima occasione di incontro e confronto ed un abbraccio alle partecipanti all'esperienza della stanza 17 che ci hanno accompagnato con entusiasmo ed intelligenza in questa esperienza. (Elio Elis Ferracini)

 

Stanza n. 18: Educare alla felicità. Il maestro contadino. Lo spazio aperto per lo sviluppo del corpo e dei suoi cinque sensi. L'esperienza diretta della natura per conoscere il mondo. La socialità in un ambiente sereno. L'arte nel paesaggio.

A cura di Paolo Mai, insegnante. Ostia (Roma).

http://www.asilonelbosco.com

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Mi piace pensare che l’uomo abbia assunto la posizione eretta per abbracciare il cielo, per ringraziare l’universo dei doni quotidiani che ci offre.

Qualcuno la definisce “Pacha Mama”, noi siamo soliti chiamarla madre natura, indipendentemente dal pezzo di mondo in cui risiedono le nostre radici, tutti riconosciamo in lei un atteggiamento materno. Cresce con noi una buona mamma, si nutre delle nostre gioie e patisce le nostre sofferenze. Una mamma ama, nutre, offre riparo, dona senza pretendere nulla in cambio e continuamente ci pone nelle condizioni di apprendere e crescere con la forza dell’esempio e nutrendoci di bellezza.

Per questo abbiamo deciso di fare scuola in natura perché nessuno sa insegnare come una mamma e nessuna mamma è ricca come lei. Come tutti noi necessita di spazi di intimità e allora si fa selvatica e di momenti di scambio e condivisione e allora si offre all’interazione facendosi per esempio orto. E nell’orto e dall’orto possiamo apprendere i segreti di una relazione piena e appagante. Così il contadino, quello che sa ascoltare, si fa il maestro dei maestri. Con la schiena piegata ci mostra subito che non si puo’ abbracciare la terra senza l’umiltà, senza l’ardente pazienza di chi sa osservare , ascoltare e amare , che una relazione, senza la quale non vi è comunicazione efficace, parte sempre da un abbraccio e che l’ascoltare precede sempre l’essere ascoltati. E’ prodigo di consigli quel contadino che conosce le qualità di una buona terra, che sa che ogni seme cerca un suo proprio terreno e che non va mai di fretta perché sa che c’è un tempo giusto per ogni seme ed è un tempo lento, immodificabile.

Questo umile maestro sa bene che ogni seme contiene in sé le potenzialità per diventare una generosa pianta e offrire alla comunità la sua ricchezza,il suo inimitabile sapore, frutto della sua unicità. Il contadino di una volta sobbalzerebbe nel vedere che piantiamo angurie a novembre in montagna e penserebbe che la sua anguria non avrebbe mai scambiato il calore del suo sole con le alte temperature create dall’ingegno umano. Lui sa che non serve a nulla tirare una pianta per rendere piu’ veloce la sua crescita, ne nascerebbero, tra mille inutili difficoltà, frutti vestiti di anguria ma senza quella ricchezza di profumi, sapori e sensazioni che solo un’anguria cresciuta lentamente e liberamente puo’ regalarci. La signora anguria sa di essere differente dalle altre angurie perché sa che il suo percorso è unico, nessun’altra ha immerso le radici nel suo pezzo di terra e lungo il viaggio si nutrirà in quel pezzo di terra che è solo il suo . Sa anche però di avere tante cose in comune con le sue sorelle. Condividono il piacere del sentirsi curate, la voglia di sentirsi amate dal contadino e le difficoltà quando l’ambiente si fa ostile, crescono forti se resistono alle avversità e i temporali non mancano mai e ci sono per tutti! Sarà per questo che il cuore rosso e delicato di questo frutto saporito è avvolto da una solida e verde corazza ?
Questa corazza cosi’ robusta quando un’anguria è pronta a donarsi è un’esile e sottile copertura quando si presenta al sole abbracciando la terra per la prima volta. E rimarrà cosi’ per un bel po’! Il buon contadino lo sa bene ma non la avvolge in artificiali corazze che non la farebbero soffocare , il tempo gli ha insegnato che ce la puo’ fare anche da sola , è sufficiente non calpestarla. Ama crescere autonomamente ma soffre se il contadino la tratta con indifferenza e non la accompagna dolcemente e discretamente nella sua crescita. Pretende amore la signora anguria e l’amore nasce e cresce nella fiducia e nell’ascolto. Sa, la nostra signora, che l’immenso orto non ha frontiere, che è lecito dire “ mio” solo a cio’ che si vive e cio’ che è mio oggi è bene che possa essere tuo domani. Per il bene di tutti, del contadino, dell’anguria ma anche per esempio del pomodoro è saggio che il terreno che nutro e dove mi nutro quest’anno diventi lo spazio di vita di qualcun altro che lo mantenga vivo e generoso con la sua unicità.

Ruotano le colture in uno spazio senza confini dove trovano terreno fertile accanto all’anguria, frutti e ortaggi di diversa specie, ognuno con la sua inimitabile unicità e ognuno richiedendo il proprio ambiente per crescere vigoroso e ricco. Insomma un buon orto si nutre nella diversità e questo il buon contadino lo sa.

La monocoltura impoverisce la terra e non nutre una famiglia. Il buon contadino sa anche che ciascuna delle sue piante ha esigenze peculiari. Il pomodoro ama il sole e la fragola preferisce l’ombra, l’insalata un po’ e un po’. La zucca danza alla ricerca dell’acqua, la melanzana si rannicchia abbracciata dal sole, la zucchina ha bisogno di molto spazio per aprire i grandi ombrelli che proteggono il suo frutto dal caldo eccessivo. La vite è un’instancabile viaggiatrice e il fagiolo ama arrampicarsi, l’ulivo cresce ballando e la signora carota ama terreni morbidi in cui immergersi, il peperoncino senza un caldo sole non sa stare come il suo amico cappero. Ogni pianta ha dei bisogni specifici e regala sapori unici, per questo il buon contadino sa accompagnare ciascuna di loro per il suo esclusivo sentiero senza pretendere da un pomodoro cresca come una zucca.

Gira discretamente senza invadere lo spazio di crescita delle piante, le osserva con dolcezza e sa aspettare. Sa bene che ognuna di loro potrebbe crescere piu’ velocemente e regalarci presto i propri frutti ma sa bene che quei frutti non avranno lo stesso sapore di quelli maturati lentamente, ognuno col suo tempo. Qualcuno invece accecato da un’illusoria abbondanza va di fretta e in cerca di ingannevoli scorciatoie riempie di artificiali nutrimenti le piante. Loro che amano il proprio contadino fanno di tutto per accontentarlo e allora si fanno strattonare in questa corsa sfrenata . Si doneranno alla grande famiglia solo apparentemente mature, qualcuno finirà nella spazzatura senza essere mai stato assaggiato. Le forme si uniformeranno, spariranno le sfumature nei colori , il sapore rinuncerà alle sue esplosioni di gioia e conteremo i frutti anziché godere della loro ricchezza.
Il mio contadino preferito non partecipa a questa corsa , ad essa si ribella proseguendo a testa alta per la strada che le piante gli hanno insegnato, una strada lunga e tortuosa che porta alla vera gioia se è l’amore a guidare.

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Nell’orto il contadino porta le sue emozioni e quando un contadino è felice tutto l’orto ne giova perché sa che riceverà la giusta cura. Dobbiamo prenderci cura dei contadini, loro non cercano manuali d’istruzioni ma fiducia e spazio per esprimere la propria arte. L’arte dell’ascolto, dell’attesa e della fiducia nell’energia incredibile cha nasce dal qualsiasi semplice e piccolo atto d’amore.
Il maestro e il contadino sono fortunati perché entrambi per avere successo devono saper ascoltare, e assaporando la ricchezza dell’empatia viaggiano sereni verso la felicità.

 

Cinque semi di mela, valorizzando le loro differenze, realizzano un progetto di bellezza.

A cura di Massimo Aspesani, educatore e padre. Elio Aspesani, figlio. Busto Arsizio (Varese).

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Il laboratorio ha occupato due giornate, coinvolgendo i bambini presenti in una serie di attività che hanno toccato molteplici aspetti della possibilità di apprendere attraverso il gioco e l’animazione.
La partenza: presentarsi e ascoltare una storia.
L’esordio del laboratorio è avvenuto fuori dello spazio dell’aula assegnata, in quanto i bambini sono stati invitati a conoscersi tramite una serie di giochi desunti dalle tecniche di animazione classica (gioco del mischiarsi rompendo e ricostruendo il cerchio, gioco della memoria dei nomi associati a gesti da ripetere in sequenza, gioco del “ce l’hai” con il nome…, per arrivare al vero esordio del laboratorio con il “vulcano”, un urlo liberatorio).

Il ritorno in aula ha portato i bambini a misurarsi con una prova di ascolto, ovvero l’assistere in modo attivo alla narrazione di una storia – Diversi amici diversi - animata da oggetti (mele, vasi, rami, terra…). Questo processo di ascolto ha portato i bambini a comprendere la metafora nascosta “nella terra”: la concreta possibilità che mischiandosi, cercandosi e conoscendosi, si possano realizzare cose molto più interessanti di quelle realizzabili stando da soli. La merenda con la macedonia che concludeva la narrazione è venuta naturale…
A questo punto è stato possibile partire con il lavoro personale.
Identificarsi e proiettarsi in altro da sé: una mela come specchio.

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Ad ogni bambino è stata consegnata una carta di identità contenente alcuni stimoli su cui gli stessi potessero lavorare con la loro fantasia e la loro esperienza. Finalità del lavoro era quella della creazione di un personaggio che potesse essere affine a quelli visti nella storia.
I bambini hanno così potuto ragionare e produrre brevi testi (la carta era divisa in due parti: “PresentaMela” e “RaccontaMela”) dove parlare del loro personaggio: nome, età, colore e cibo preferito, amici e famiglia, lavoro… fino ad arrivare a raccontare un episodio nel quale il personaggio era protagonista. Importante è stato ragionare su quale fosse “il seme buono insito in ciascuna mela”, lasciando intendere che in ognuno esistono delle potenzialità che è bene andare a cercare.
Il lavoro si è concluso con la presentazione reciproca dei personaggi e con l’applauso per ciascuno.
Si trattava, a questo punto, di dare corpo ai pensieri dei bambini.
Dal foglio al frutto: una mela come corpo.
Il passo successivo è stato quello di realizzare nel concreto la mela-personaggio. Distribuiti i frutti i bambini hanno potuto mettersi all’opera in modo concreto e artistico, cambiando in questo modo il canale comunicativo ed espressivo.
In conclusione della prima giornata di laboratorio c’è stata la possibilità di presentare a tutti il proprio personaggio (con applausi per ognuno) e un tempo – che è maturato in modo spontaneo – in cui le mele (i bambini) hanno incominciato ad interagire, mischiando le loro storie e i loro mondi.

Costruire una casa: di che albero sei?
Il secondo giorno è ripreso dal vulcano con cui ci si è dati la carica. Il mandato assegnato ai bambini è stato quello di costruire una casa per le loro mele, ovvero un albero accogliente.

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Di nuovo abbiamo spostato il centro dell’attività sul fuori: il giardino è stato la fonte presso la quale attingere ai materiali veri per la realizzazione dell’opera (foglie, piccoli frutti e bacche, legnetti, erba… tutto raccolto rigorosamente da terra).
Tornati nello spazio dell’aula abbiamo condiviso i materiali recuperati e ha preso avvio la costruzione dell’albero, con l’invito a indicare su un foglietto dei motivi per cui valeva la pena visitare l’albero stesso.
Ancora una volta la concentrazione è stata grande e i risultati sorprendenti.
Una pausa e il finale.
Costruito l’albero ci siamo potuti concedere una ricreazione con i video del Cinefest e poi abbiamo costruito velocemente la restituzione finale (“eh sì, perché i grandi chiedono sempre cosa abbiamo fatto!”). In alcuni bambini si è percepita la preoccupazione per dover spiegare ai grandi cosa avevano fatto, per cui la scelta è stata quella di mostrare i lavori facendosi guidare da quello che ne sarebbe conseguito, senza predisporre particolari battute. Unica attenzione è stata data al finale da condividere, utilizzando più i corpi che le parole, affidate invece ad un cartellone che potesse riassumere tutto ciò che era stato vissuto nei due giorni: l’albero dei bambini con la frase “anche le mele marce hanno i semi buoni”.

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Cosa resta?
Le orecchie, le mani, gli occhi…
I pensieri e le storie…
Il non giudizio e la non correzione, laddove non è funzionale (tipicamente figlia di paure adulte)…
Il dentro e il fuori…
Le cose materiali e immateriali…
Ieri, oggi e domani…
Io e noi, qualunque noi possibile, anche se sembra marcio…
La voglia di continuare a provare.

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