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Gli zombi sono una cosa seria

I ragazzi e le ragazze di oggi sono davvero soltanto insignificanti “zombetti”, tutti svuotati dall’universo digitale, incapaci di relazionarsi, “poveri esserini inclassificabili”, come sostiene Livio Marchese, insegnante, su un’autorevole rivista come Gli asini? Una nostra risposta come Rete di Cooperazione Educativa, per non smettere di imparare ogni giorno ovunque da giovani e giovanissimi …………….

(Foto: “Zombetti 1”, i ragazzi e le ragazzi del Gruppo scout Agesci Caserta 2 e Capodrise 1 ristrutturano Casa Nogaro, bene confiscato alla criminalità. Oggi la casa ospita il Museo sulle migrazioni, la “Piccola biblioteca nonviolenta” e uno spazio didattico sulle emergenze ambientali)

Nella serie televisiva The Walking Dead c’è un personaggio che si chiama Negan, un cattivo cattivissimo. Negan va in giro armato di una mazza da baseball rinforzata con filo spinato, battezzata col nome di Lucille. Confessiamo che alla prima lettura dell’articolo di Livio Marchese, mentre montavano desolazione e sconforto, più di qualcuno di noi ha avuto la tentazione di cercarsi una sua Lucille e di risolvere così le argomentazioni dell’articolista. Poi abbiamo fatto appello alla lucida mitezza del nostro maestro Mario Lodi e ci siamo imposti di rileggere e riflettere prima di rispondere.

Superate così le perplessità quasi ilari di fronte al rischio del “Trapasso” (a miglior vita?) o a definizioni sconcertanti del lavoro dell’insegnante (“mandriani”? ma per favore!), ma non il fastidio per il falso vezzeggiativo/vero dispregiativo “zombetti” – anche gli zombi sono una cosa seria, di questi tempi, caro Marchese -, cerchiamo di argomentare su tutto ciò che non ci convince.

È probabilmente vicino al vero, come scrive il professor Marchese, che: “nella storia dell’evoluzione umana non è mai avvenuto che l’intero sistema di valori, di rappresentazione, d’interpretazione con l’altro-da-sé, più in generale, con la realtà, di una generazione fosse tanto distante da quello delle generazioni precedenti”, ma non pensiamo che questo fatto rappresenti in sé una sciagura.

“Zombetti 2”: carnevale in strada con i ragazzi e le ragazze della palestra di Scup (spazio autogestito di Sport e cultura popolare), periferia sudest di Roma
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È verificabile nella quotidiana esperienza, ad esempio, che per la prima volta nella storia del rapporto tra generazioni quella più giovane ha conoscenze, esperienze e abilità molto maggiori di quella più anziana in tutto il campo che riguarda tecniche e linguaggi digitali. Ma questa potrebbe essere una formidabile risorsa per assegnare ai ragazzi che ne sanno più di noi il compito di alfabetizzarci, ottenendo così il duplice risultato di imparare noi e di insegnare ad insegnare a loro.

Forse ci siamo distratti, in questi anni, ma ci verrebbe da chiedere dove stesse il professor Marchese quando Mario Lodi organizzava nei primi anni Novanta una raccolta di firme “per cambiare la tv” (noi eravamo con lui), in tempi in cui la sinistra flirtava col cavalier Berlusconi (non ancora “sceso in campo”) e con i suoi sodali (uno dei quali adesso è democratico sindaco di Bergamo). Ciò per dire, come esempio, che se anche i nostri figli o nipoti fossero quella specie di orrore generalizzato descritto nell’articolo, buona parte della responsabilità se la dovrebbero accollare tutti quegli adulti (insegnanti compresi) che non sono stati in grado di cogliere i mutamenti, di interpretarli e di assumerne le valenze positive, combattendo quelle negative.

Potrebbe poi essere facile dimostrare che anche nelle estreme periferie delle remote metropoli settentrionali, così come al centro di cittadine meridionali e ovunque e più in là, ci sono migliaia di giovani e giovanissimi che in questi anni hanno continuato e continuano a mostrare coi fatti passione per la conoscenza, per la partecipazione, per la politica. Che si chiamino venerdì per il futuro o sardine o scout o comunità cattoliche di fratellanza con i poveri o in altro modo, l’elenco potrebbe essere davvero lungo.

La scuola e, più in generale, la vita quotidiana nella società contemporanea, non dovrebbe (soprattutto da chi avesse intenzioni di azione intellettuale) essere vista come un campo di battaglia nel quale far fronte agli attacchi del nemico (i ragazzi e le ragazze) e raccogliere i feriti in quello amico.

Questo a patto di non concepire il rapporto educativo, e questo ci pare il punto centrale di tutta l’argomentazione del professor Marchese, come un rapporto di potere nel quale chi per anzianità, titolo o investitura divina che sia ha l’esclusiva facoltà di influenzare e indirizzare credenze e comportamenti di allievi considerati come sottoposti incapaci di intendere e di volere.

La difficoltà dell’azione educativa nel mondo contemporaneo non sta – come sostengono a piè sospinto laudatori del tempo che fu, che si chiamino Galli Della Loggia o Mastrocola o Tamaro – nella decadenza del rapporto di autorità (“che roba, contessa…”), ma nella scarsa o nulla preparazione degli educatori che affrontano con strumenti inadeguati una complessità molto maggiore di un tempo (e magari fra molti di questi educatori, insegnanti o genitori che siano, stanno molti di quelli che hanno contribuito a generarla, questa complessità, anche con anni di lotte e rivendicazioni più che opportune e meritevoli).

La relazione educativa – che nonostante mille difficoltà insegnanti e genitori, e ne conosciamo a centinaia per il lavoro della nostra associazione C’è speranza se accade @ – Rete di Cooperazione Educativa, continuano a praticare – non può che essere basata sulla condivisione sia dei momenti felici che di quelli più difficili, su di un patto, magari non scritto ma evidente nell’azione quotidiana, di reciproco ascolto, di attenzione, di critica che miri alla costruzione.

Non riusciamo a pensare ad un mondo che si divida tra apocalittici – sempre più snob, soli e sdegnati – e disintegrati dalle tecniche e dai linguaggi digitali.

Oppure la soluzione è di tornare all’insegnante in cattedra sopra la predella e magari al prete che dà di spalle all’assemblea e recita la messa in latino, così ristabiliamo le magnifiche sorti regressive di un tempo che in tanti abbiamo contribuito a far diventare lontano non solo nella cronologia della storia?

In fondo – e così ci piace molto di più – Lucille era anche il nome che il grande bluesman B.B. King dava alle sue chitarre. Mai smettere – caro professore – di cercare incroci in cui suonare e cantare una musica che metta insieme i cuori e le menti di tutte e di tutti.

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Carlo RIDOLFI, Padova, giornalista pubblicista e babbo di quattro figli, Coordinatore nazionale dell’associazione C’è speranza se accade @ – Rete di Cooperazione Educativa

Massimo ASPESANI, Busto Arsizio (VA), pedagogista, insegnante in una scuola secondaria

Giusi CALIRI, Barcellona Pozzo di Gotto (ME), insegnante in una scuola dell’infanzia

Sonia COLUCCELLI, Omegna (VB), insegnante in una scuola primaria e formatrice Montessori

Valentina GUASTINI, Sestri Levante (GE), insegnante in una scuola primaria

Francesca LEPORI, Roma, pedagogista, insegnante presso Bosco Caffarella

Emanuela MARSURA, Conegliano Veneto (TV), insegnante e formatrice per la scuola dell’infanzia, Servente Gioco del dipingere secondo la pratica di Arno Stern

Giampiero MONACA, Asti, insegnante in una scuola elementare pubblica (Metodo Bimbisvegli)

Carmelita PAPARELLA, Busto Arsizio (VA), insegnante in una scuola primaria