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Giocare a Ri-conoscersi. L’umorismo come protezione delle relazioni in atto. Stanza 13 Gioco

Titolo della proposta:

Stanza n°13 Giocare a Ri-conoscersi. L’umorismo come protezione delle relazioni in atto.

Nome del relatore:

Luciano Franceschi

Contatto del relatore per eventuali richieste/precisazioni/passaggio di esperienze:

franceschiluciano1@gmail.com

Obiettivo/finalità formative proposte nella propria Stanza:

Quante volte iniziamo una attività con i nomi? E quante volte, se già ci “conosciamo”, il nome conosciuto basta e avanza a sentirci assieme? Riflettere sulle tecniche e sulle modalità del conoscersi, giocando sull’ambiguità del termine e mostrando come ogni volta ci proponiamo ad un’altra persona noi conosciamo un po’ più anche di noi stessi. Umorismo e gioco trovano strade leggere per parlare di cose profonde, altrimenti ci diciamo solo il nome.

Modalità:

La stanza è stata preparata sgombra, con un cerchio di sedie al centro e un quadrato di stoffa per terra, nel quale erano presenti dei gomitoli di lana, dei foglietti 14×10 cm, pennarelli e qualche perforatrice. Si è allontanato il momento di dirsi i nomi aspettando i ritardatari, chiedendo che cosa si era fatto il giorno prima (convegno, laboratorio, …), si è parlato anche del tempo. Ci siamo chiesti come iniziare, e da tutti è stato detto che il nome è il primo passo. Ma il primo passo era già stato fatto senza dircelo. Siamo risaliti all’indietro: entrare nella stanza, la valigia da preparare, l’iscrizione al convegno, l’interesse, …. l’anagrafe, i nostri genitori, …

Abbiamo riflettuto su questo “essere nome”, su come lo spendiamo e a chi lo affidiamo. Dentro di esso c’è molto di noi, talvolta espresso, talvolta inconscio, … talvolta è una maschera per non dire altro.

Non avevamo ancora il nome, ma il gruppo già aveva agito e già lo stare assieme aveva “risuonato”. Quindi lo abbiamo scritto e lo abbiamo appeso al collo con il cartellino, i buchi e la lana. Senza forbici, perché siamo capaci di strappare la lana e non lo ricordiamo; così come non ricordiamo tutti i nomi di un cerchio quando uno dopo l’altro si aspetta il momento per dire il nostro e poi non si sta attenti a quello dopo.

Col nome appeso abbiamo risolto il chiamarci per nome e ci siamo detti “…. e adesso?”

Pensa un personaggio famoso, un luogo dove vorresti andare adesso, un colore che ti è caro. Un gioco che ha preso anche il corpo che ci ha fatto muovere e cambiare di sedia per disporci in modi differenti spiegando ricercando nuovi vicini sulla base di criteri sempre più equivoci. Un gioco sull’incomunicabilità per capire che come esseri umani siamo incomunicabili. E in quanto incomunicabili siamo esseri umani nel momento in cui facciamo lo sforzo di sconfiggere questa incomunicabilità. Abbiamo bisogno di spiegare a un altro chi siamo, che esistiamo e mentre cerchiamo la via migliore, ci riconosciamo a noi stessi.

Il secondo gioco era composto da molte scatoline con dentro una domanda ispirata da Cecco Angiolieri: “Se fossi foco … arderei lo monno”. Ma la domanda per ogni scatola cambiava “Se fossi … un fiore, un animale, un desiderio, una maestra, un disabile, un dio, un regalo, …”. L’equivoco tra scrivere cosa saresti e cosa faresti va lasciato (es: se fossi un animale … sarei veloce/sarei un giaguaro). Ognuno ha parlato a sé prendendo spunto dalla domanda e alla fine tutte le scatole erano piene di noi: in un gioco di velare e svelare a noi stessi e agli altri chi siamo. Si perché poi le scatoline le abbiamo aperte e abbiamo pensato a tante possibilità di giocare queste conoscenze, di vedersi simili, di invidiare la parola venuta a qualcuno, di sorridere con chi voleva dire qualcosa, ma non troppo. Abbiamo sorriso del nostro caos.

Come l’esperienza può contribuire al percorso didattico e come può essere riproposta ai bambini nell’ambito scolastico.

Il gruppo ha riflettuto su questo oltre agli stimoli del conduttore. Per il conduttore l’importante è che si consideri l’esperienza attorno al proprio nome come universale, primitiva, umana. Al responsabile dell’attività va data la responsabilità di non eluderla dall’incontro e di mediarla per tipologia di gruppo e di età. Il gioco di ritardare il nome è difficile con i bambini che nel nome trovano il modo di affermare se stessi alla persona adulta che li accoglie. L’appello giornaliero in una classe non può ridursi al conteggio; senza fare esempi, pensiamo solamente che il significato è “Io ci sono” e che i bambini hanno bisogno di questo riconoscimento.

Giocare con il “Se fossi …” lascia che i bambini parlino di sé in forma giocosa, svelando e velando senza obbligo. Ogni giorno potremmo comporre una scatola di “Se fossi …”. E potremmo avere un cartellone con uno schema dove ognuno ha a disposizione uno spazio su cui scrive che cosa sarebbe rispetto alla suggestione dell’insegnante. Potremmo aprire molte lezioni di geografia (se fossi uno stato, un elemento del paesaggio, una lingua, un cibo, …), di storia (se fossi un personaggio famoso, un momento storico, un mestiere antico, …), di matematica (abbiamo mai chiesto quale figura geometrica preferiscono?), …

Naturalmente senza giudizi e se vogliamo osare anche senza soluzioni. Guardando solo i foglietti dentro la scatola possiamo trovare una classe molto “triangolo”, molto “Cristoforo Colombo”, molto “Giappone”. Poi i bambini ci pensano loro a guardare negli occhi gli altri e pensarli nelle uguaglianze e nelle differenze. L’insegnante può tenersi il mistero e provare a guardare con occhi nuovi i bambini e a guardarsi nei propri stereotipi: “ … e se fosse lui il giaguaro?”

Come può implementare altre esperienze/approfondimenti e quali.

È interessante, per me, la strada del non sapere da parte del conduttore e dell’insegnante/formatore. I giochi fatti possono sempre essere lasciati non compresi. Lasciano spazio a ogni singolo di fare dei conti con se stesso e con gli altri senza preoccuparsi dei giudizi e degli interventi di altri. Va inserita, naturalmente, una metodologia che evidenzi questo aspetto del non giudizio (sottolineo evidenzi, il che non significa che basta dirlo, ci deve essere uno sforzo di “meccanica” dell’attività che rassicuri le persone). Non sapere chi ha scritto “se fossi uno scrittore sarei Leopardi” attiva tutta una serie di desideri da parte dei partecipanti che non hanno bisogno del conduttore. Ognuno in base alla propria curiosità e motivazione si attiverà per capire chi. Farà supposizioni interne, si accontenterà di non sapere, chiederà pubblicamente e potrà avere una risposta o un silenzio. Ognuno potrà sperimentare la sua capacità di “stare al gioco”.

Nel gruppo di Bari abbiamo dato la possibilità a qualcuno di aprire una scatola, e abbiamo dato delle regole che garantissero tutti (non è un esercizio da poco proteggere). Abbiamo previsto di leggere ad alta voce tutti i foglietti, di lasciare libero il lettore di fare supposizioni e raccontare che cosa risuonava dentro dopo la lettura. Gli abbiamo lasciato la libertà, se voleva, di scegliere un foglietto e chiedere chi l’avesse scritto. Abbiamo sottolineato che sarebbe stato accettato anche il silenzio.

L’approfondimento fatto e che sento migliore è la riflessione sulla relazione IO/TU e sull’altro come elemento imprescindibile della conoscenza di noi stessi. Quindi: Martin Buber, neuroni specchio, l’empatia.