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C’è speranza se accade al Ctp

Qui si racconta di un anno – da marzo a dicembre – e della fatica e della gioia e dei successi e dei fallimenti che, come e più di ogni altra scuola, affrontano le donne e gli uomini che abitano i giorni e le ore di un Centro Territoriale Permanente per l’educazione degli adulti. La classe degli altri, scritto da Michela Fregona, è un libro bellissimo

di Carlo Ridolfi

C’è un luogo esperto in respingimenti e si chiama scuola. Se poi gli alunni sono adulti, è ancora più probabile che i muri si alzino. Se, in più, hanno anche provenienze diverse: chi dal Marocco, chi dall’India, chi dalla Moldavia e così via, l’impresa di far imparare loro l’italiano e portarli al diploma di terza media, anche se magari dal paese di origine hanno titoli di livello maggiore che qui però non sono riconosciuti, sembra quasi disperata, se non del tutto impossibile. Di un luogo così fatto – che nel gergo tecnico della burocrazia si chiamava Centro Territoriale Permanente per l’educazione degli adulti – parla La classe degli altri, scritto da Michela Fregona: libro bello (anzi: bellissimo!), importante e necessario.

CTP assomigliava molto a CPT (Centro di Permanenza Temporanea). Più di recente nome e sigla sono cambiati in CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti), che somiglia almeno nell’impressione fonologica a CPA (Centro Prima Accoglienza): un gioco di vocali e di consonanti che potrebbe far felice un drappello di psicoanalisti, dato l’apparentamento che evoca con le strutture di accoglienza dei migranti.

Michela Fregona è nata, vive e ha lavorato per undici anni come insegnante nel CTP a Belluno, prima di trasferirsi, otto anni fa, in un istituto professionale che ha anche lezioni in serale. È laureata in lettere antiche a Venezia. Diplomata in flauto traverso (c’è musica, nel romanzo). Giornalista (ci sono pagine di descrizione dei meccanismi di produzione della notizia che meriterebbero di essere usate nei corsi di formazione per aspiranti collaboratori e redattori).

Siamo nella provincia veneta di montagna. Un tempo terra di emigrazione (“seggiolai, gelatai, minatori… e balie…”), oggi più ricca per il distretto dell’occhiale e per il turismo, tuttavia con il non encomiabile record di territorio con una percentuale di suicidi giovanili doppia rispetto al resto della regione.

La classe degli altri è un libro talmente denso di presenze di donne e uomini e fatti e provenienze e destini possibili e destinazioni che a volte sembrerebbero obbligate che ne potrebbe uscire un gran film o, meglio ancora, una serie. Se non fosse che in Italia troppi film e serie quasi sempre assomigliano a quel signore di Scandicci – scritto da Gianni Rodari e cantato da Sergio Endrigo – che buttava le castagne e mangiava i ricci. Qui, invece, di polpa ce n’è tanta. A volte dolce, a volte amara. In una pagina si ride e in quella immediatamente successiva ci si commuove e indigna.

A tre pagine dall’inizio c’è una sequenza esilarante di traduzione dal latino. Due pagine dopo morde come una ferita non rimarginata la storia di Niko, morto di overdose secondo la frettolosa stampa locale, ma con retroscena e verità ben più complesse e profonde.

Qui si racconta di un anno – da marzo a dicembre – e della fatica e della gioia e dei successi e dei fallimenti che, come e più di ogni altra scuola, attraversano e affrontano le donne e gli uomini che ne abitano i giorni e le ore.

L’io narrante – senza nome, o con un nome che sta fin dalla copertina – è quello di una insegnante che non è arrivata al CTP come ultima spiaggia dopo una carriera accademica insoddisfacente, ma che ha scelto con cura e ostinazione di insegnare, anche in ore serali, agli adulti.

Leggiamo a pag. 224:

Davvero, mi chiedo, quanto serve quello che facciamo. Quanto riusciamo ad incidere. Dove sta la misura, dove sta il confine.

Domande che dovrebbe porsi in continuazione chiunque abbia a cuore l’educazione e la scuola e che, invece, troppo spesso vengono sommerse dalla stolida tendenza a seppellire realtà e storie personali e corpi e sensibilità sotto montagne di inutile, se non perfida, burocrazia: Divieto, sicurezza e pericolo: le tre parole totemiche. (pag. 265) erte come pareti invalicabili dai peggiori dirigenti scolastici che anche qui non mancano di affacciarsi.

Quali ramponi può usare, quali piccozze, quali imbragature concettuali o chiodi di convinzione può utilizzare una insegnante che, come quella a cui appartiene la voce che racconta e come alcuni suoi colleghi, non ha alcuna intenzione di restare a guardare inerte la montagna da sotto o, peggio ancora, di aspettare la slavina che molti ritengono ineluttabile? Anche solo le mani nude, forse. Di sicuro la lingua: la sua, quella dei libri ai quali deve far ricorso per programma ministeriale o per scelta, quelle degli studenti e delle studentesse che arrivano da diverse parti del mondo.

La lingua non come orrido da evitare, ma come ponte che può mettere in comunicazioni esistenze e passati e geografie e culture e forse, per quanti più possibile, un futuro diverso di autonomia e libertà. Persino per coloro che stanno in carcere – nel libro non manca anche questo ulteriore elemento – che forse grazie alla scuola e al riconoscimento di un valore individuale altrimenti negato possono trovare nuovi motivi di speranza.

Qui non si parla – e a me sembra il maggiore fra i tantissimi valori che questo libro porta e ci porta – della tanto decantata e forse troppo ambigua e manipolabile “resilienza”, ma di vera e propria “resistenza”. Confronto aspro e determinato con tutti gli ostacoli che vengono messi davanti a casi che qualcuno – forse, i più – continua a pensare come senza redenzione. Lotta che, a volte, finisce male, con l’abbandono, con la rinuncia, con la fuga, con un dolore che non tace.

Ma se, come in pagine che accompagnano verso la conclusione del romanzo, una ragazza come Aicha, respinta, anzi persino “non ammessa” all’esame finale, trova occasione e tempo e forza per un riscatto che si paleserà in una vera e propria lectio magistralis pubblica sulla Costituzione, allora davvero – per citare Mario Lodi, al quale un libro di questa forza sarebbe immensamente piaciuto – davvero c’è speranza se accade anche al CTP di Belluno. La lezione di Aicha è il contraltare alle banalità quasi miserabili di convegni universitari, qui raccontati con partecipe sagacia, nei quali esperti più o meno sedicenti tirano fuori dalle loro borse in pelle interventi che riterrebbero buoni in ogni contesto.

Perché, forse, La classe degli altri è davvero un romanzo nel quale si fronteggiano – l’una armata di prosopopea e retorica, l’altra di una sincerità evidente – la vita apparente e formale di istituzioni che hanno quasi perso ogni briciola di umanità e la vita vera di chi l’umanità la strappa a morsi e a brani con la fatica quotidiana.

Serve, tanto, quello che fanno insegnanti come quelli che vengono qui raccontati. Il loro lavoro riesce a incidere, a volte, al punto tale da modificare con svolte inattese le esistenze dei loro alunni. La misura è quella della resistenza di ognuno di noi che volesse essere partecipe di imprese come queste. Il confine non c’è, o, meglio, possiamo subirlo inventandocelo dentro di noi o spostarlo di giorno in giorno.

Come Michela Fregona racconta, in un libro che prima di essere pubblicato ha dovuto aspettare quattordici anni, e che arriva quindi ai nostri occhi e menti di lettori in un’età di scrittura e narrazione che potrebbe essere intorno all’adolescenza.

In un libro, davvero, che non dimenticheremo.